
L’intero paese si stringe oggi in un silenzio carico di rispetto per la perdita di una figura che ha saputo incarnare, come poche altre, l’essenza stessa del suo mestiere. La notizia della scomparsa di un uomo che ha dedicato oltre mezzo secolo alla ricerca della verità sul campo segna la fine di un’epoca per la carta stampata. Non si tratta solo dell’addio a un professionista dell’informazione, ma della conclusione del cammino di un testimone oculare dei fatti più drammatici e significativi che hanno scosso l’opinione pubblica nazionale dagli anni settanta fino ai giorni nostri. Chiunque abbia sfogliato le pagine di cronaca nera negli ultimi decenni ha, quasi certamente, incrociato la sua prosa asciutta, precisa e profondamente umana.
Il profilo di un cronista d’altri tempi
Gianni Leoni si è spento all’età di 87 anni, lasciando un vuoto incolmabile nella redazione de il Resto del Carlino, testata che per lui è stata molto più di un semplice luogo di lavoro. Nato con il fiuto innato per la notizia, Leoni rappresentava quella categoria di giornalisti capaci di stare sul marciapiede per ore, sotto la pioggia o il sole cocente, pur di raccogliere un dettaglio inedito o una testimonianza diretta. La sua carriera è stata un lungo viaggio attraverso i misteri e le tragedie d’Italia, caratterizzata da uno sguardo sornione ma estremamente acuto, capace di leggere tra le pieghe di verbali complessi e scene del crimine indecifrabili. Per lui, il giornalismo non era un esercizio teorico da svolgere dietro una scrivania, ma un’attività fisica che richiedeva presenza costante laddove i fatti accadevano.
Uno dei momenti più alti e tragici della sua vita professionale coincide con la mattina del 2 agosto 1980. Gianni Leoni fu tra i primissimi giornalisti ad accorrere nel piazzale della stazione di Bologna dopo l’esplosione della bomba. In quel caos di polvere, macerie e dolore, seppe mantenere il rigore necessario per documentare l’orrore, diventando una delle voci storiche nel racconto della strage. Il suo impegno nel seguire le vicende giudiziarie legate al terrorismo e alla strategia della tensione è rimasto costante nel tempo, dimostrando una dedizione civile che andava oltre il dovere di cronaca. Non si limitava a riportare i fatti, ma cercava di dare un senso logico a eventi che apparivano inspiegabili, mantenendo sempre un profondo rispetto per le vittime e i loro familiari.
La firma di Gianni Leoni è legata a doppio filo anche ad alcuni dei casi di cronaca più celebri della storia italiana. Dalle indagini sul delitto del Dams, che vide coinvolta la professoressa Francesca Alinovi nel 1983, fino alla complessa vicenda giudiziaria di Cogne e Annamaria Franzoni, Leoni ha saputo muoversi con agilità tra i vicoli di Bologna e le aule di tribunale di tutta la penisola. Ha raccontato gli anni bui della Uno Bianca, analizzando con freddezza e precisione le gesta della banda di poliziotti assassini che seminò il terrore in Emilia-Romagna. La sua capacità di analisi gli permetteva di trattare con la stessa competenza tanto il delitto passionale quanto le stragi più complesse, come quella del treno Rapido 904, confermandosi un punto di riferimento per l’intero settore dell’informazione.
Un maestro per le nuove generazioni
Oltre alla sua attività di scrittura, Gianni Leoni ha ricoperto il ruolo fondamentale di mentore per tantissimi giovani colleghi che muovevano i primi passi nello stanzone di via Mattei. Recentemente aveva ancora la forza e la passione di incontrare gli studenti del master di giornalismo dell’Università di Bologna per ribadire il concetto che la cronaca si fa sul posto. Insegnava che le armi del mestiere sono il rigore, la chiarezza e la facilità di scrittura, doti che servono a rendere accessibile la complessità del mondo ai lettori. La sua eredità non risiede solo nelle migliaia di articoli pubblicati, ma nello stile umano e professionale trasmesso a chi oggi continua a raccontare la città seguendo il suo esempio di onestà intellettuale e instancabile curiosità verso il prossimo.


