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Uno Bianca, la clamorosa confessione di Fabio Savi: “Dopo 32 anni dicono ancora bugie”

Pubblicato: 29/05/2026 18:56

A oltre trent’anni dagli arresti della banda della Uno Bianca, Fabio Savi torna a parlare dal carcere e respinge con forza ogni ipotesi di protezioni occulte o collegamenti con apparati dello Stato. Intervistato da Quarto Grado, l’ergastolano, detenuto da 32 anni, smentisce apertamente il fratello Roberto, che nelle scorse settimane aveva evocato possibili rapporti con i Servizi segreti. “Dietro la Uno Bianca non c’erano livelli superiori, strategie del terrore o coperture. C’erano solo una targa, un paraurti e dei fanalini”, afferma Savi, ribadendo di essere disponibile a collaborare con la magistratura qualora venisse nuovamente convocato.

“Dopo 32 anni sono ancora in carcere”

L’ex componente della banda sottolinea di aver scritto alla Procura di Bologna chiedendo di essere ascoltato nell’ambito delle indagini riaperte per verificare l’eventuale presenza di complici mai identificati. Secondo Savi, però, le teorie sui presunti livelli occulti non avrebbero alcun fondamento. “Continuano a parlare di viaggi di mio fratello a Roma e di contatti misteriosi, ma non è mai emerso nulla dai controlli effettuati negli anni”, sostiene. Alla domanda se abbia mai avuto la sensazione di essere stato protetto da qualcuno, la risposta è netta: “No. Protetto da chi? Non c’è nulla. Sono ancora in galera dopo 32 anni”.

Il rapporto con le famiglie delle vittime

Fabio Savi affronta anche il tema del confronto con i parenti delle vittime della Uno Bianca. Racconta di aver intrapreso percorsi di giustizia riparativa e di mediazione penale, senza però ottenere aperture da parte delle famiglie coinvolte. “Hanno tutte le ragioni del mondo e li capisco”, dice. Pur rispettando il loro rifiuto, sostiene che un dialogo avrebbe potuto essere utile per entrambe le parti. “Posso solo cercare di essere una persona migliore e lasciare una porta aperta. Se un giorno vorranno confrontarsi con me, io sono qui”, conclude.

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