
La cultura contemporanea piange la scomparsa di una delle sue figure più limpide e autorevoli, un intellettuale raffinato che ha dedicato l’intera esistenza allo studio, alla narrazione e alla comprensione profonda delle dinamiche sociali e antropologiche della propria terra d’origine. All’età di 87 anni, si è spento a Golfo Aranci, la località in cui risiedeva, un uomo che ha saputo coniugare con rara maestria la severità della ricerca scientifica e l’immediatezza della comunicazione giornalistica. La sua dipartita lascia un vuoto incolmabile non solo nell’isola che tanto ha amato e analizzato, ma nell’intero panorama culturale nazionale, dove si era distinto come una voce libera, acuta e costantemente orientata a decifrare le complesse trasformazioni della modernità.
Addio a Bachisio Bandinu
Nato a Bitti, in provincia di Nuoro, nel 1939, Bachisio Bandinu ha costruito una carriera accademica e professionale di altissimo profilo. Il suo percorso formativo ha preso il via all’Università di Cagliari, dove si è laureato discutendo una tesi incentrata su “Fogazzaro e il modernismo”. Successivamente, ha perfezionato i suoi studi conseguendo il diploma presso l’Università del Sacro Cuore di Milano. Questo solido background gli ha permesso di avviare una prestigiosa collaborazione giornalistica con il Corriere della Sera, un sodalizio intellettuale che si è protratto dal 1973 al 1985. Parallelamente all’attività pubblicistica, ha portato avanti per lungo tempo l’impegno didattico, insegnando prima nelle scuole della Lombardia e in seguito a Cagliari, scegliendo di fare ritorno nella sua regione d’origine per riversarvi tutte le sue energie e le sue passioni di studioso.
Il giornalismo e la direzione dell’Unione Sarda
L’impegno di Bachisio Bandinu nel mondo dell’informazione ha toccato il suo apice quando gli è stata affidata la guida del principale quotidiano della sua isola. È stato infatti direttore dell’Unione Sarda dal 1999 al 2001, un periodo in cui ha impresso una forte impronta culturale e analitica alla testata. Giornalista professionista iscritto all’ordine della Lombardia fin dal 1972, aveva deciso di trasferire la sua attività sul territorio sardo nel 1987. Attraverso le colonne dei giornali e i suoi frequenti interventi pubblici, è diventato un volto e una firma celebri, un punto di riferimento costante ogni qualvolta era necessario commentare e interpretare i mutamenti sociali, i fatti di cronaca o le problematiche ambientali che investivano la Sardegna.
L’analisi antropologica tra tradizione e consumismo
Ciò che ha reso la figura di Bachisio Bandinu unica nel panorama intellettuale è stata la sua capacità di analizzare l’evoluzione della società barbaricina e del mondo agropastorale in netta contrapposizione o in dolorosa simbiosi con l’avvento della civiltà dei consumi. Nei suoi lavori più noti, tra cui spiccano titoli emblematici come “Il re è un feticcio” e “Costa Smeralda. Come nasce una favola turistica”, ha radiografato i meccanismi con cui la modernità ha impattato sulle tradizioni millenarie. Emblematico era il suo pensiero sulla criminalità e sulle sue mutazioni: in una profonda riflessione, lo studioso evidenziava come la delinquenza contemporanea non rispondesse più ai vecchi codici del mondo pastorale o contadino, bensì a dinamiche globali, poichè ogni crimine è inevitabilmente figlio del proprio tempo e specchio di una nuova organizzazione criminale capitalistica.
Il ricordo delle istituzioni e l’eredità intellettuale
La scomparsa di questo grande studioso ha suscitato un profondo cordoglio in tutta la comunità, muovendo anche le massime cariche istituzionali della regione. La Presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde, ha voluto ricordare pubblicamente Bachisio Bandinu definendolo un intellettuale raro e una voce profondamente libera. Nel suo toccante omaggio, la governatrice ha sottolineato come l’antropologo sia stato capace di leggere la propria terra ben oltre la superficie del semplice racconto identitario, andandone a indagare le fratture, le metamorfosi e le persistenze storiche. I suoi testi rimangono oggi come una lezione preziosa incentrata sul delicato rapporto che intercorre tra la memoria storica, lo sviluppo moderno e la coscienza collettiva di un popolo che perde uno dei suoi più grandi e sinceri difensori.


