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“Un disastro!”. Che botta per Trump: nessuno se lo aspettava

Pubblicato: 24/07/2026 12:19

A pochi mesi da un appuntamento elettorale decisivo, la gestione di un conflitto internazionale torna a pesare sul clima politico interno degli Stati Uniti. Le guerre, soprattutto quando si prolungano senza una prospettiva chiara di conclusione, possono trasformarsi in un terreno di scontro non soltanto sul piano militare, ma anche su quello istituzionale ed elettorale.

Negli Stati Uniti il dibattito sul ruolo del presidente nelle decisioni di guerra si intreccia con le preoccupazioni di molti parlamentari, chiamati a confrontarsi con un’opinione pubblica sempre più critica. Il voto del Congresso non ha effetti immediati sul conflitto, ma rappresenta un segnale politico importante e mostra le divisioni che attraversano anche il partito del presidente.
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Il voto della Camera contro la guerra in Iran

La Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione sui poteri di guerra, con 214 voti favorevoli e 208 contrari. Il provvedimento è passato grazie al sostegno di quattro deputati repubblicani che hanno votato insieme ai democratici.

Il testo, però, non è vincolante e non determina automaticamente la fine delle operazioni militari. Il suo valore è soprattutto politico: rappresenta un richiamo del Congresso alla propria autorità sulle decisioni che riguardano l’impiego delle forze armate americane.

La risoluzione era stata presentata dalla deputata democratica Pramila Jayapal, che in aula aveva chiesto un voto definito di coscienza.

«Questo è un voto che ci chiede di fare quello che è giusto per il popolo americano ed inviare il messaggio più chiaro e più forte al presidente degli Stati Uniti sul fatto che il Congresso, la Camera riaffermano la propria autorità sulla guerra, questa guerra deve finire», ha dichiarato.

Il voto arriva in un momento particolarmente delicato, dopo la ripresa delle ostilità tra Stati Uniti e Iran e dopo nuove perdite tra i militari americani impegnati nel conflitto.

Il Senato respinge la risoluzione

A poche ore dalla decisione della Camera, il Senato ha invece bocciato lo stesso provvedimento con 47 voti favorevoli e 49 contrari.

Il risultato ha mostrato una situazione più complessa rispetto al passato. Soltanto alcune settimane prima, infatti, entrambi i rami del Congresso avevano espresso una posizione favorevole alla fine del conflitto, seppur attraverso strumenti privi di un effetto diretto sulle operazioni militari.

Tra i repubblicani che hanno sostenuto la posizione democratica al Senato c’è stata Susan Collins, senatrice moderata del Maine. Ai democratici è però mancato il sostegno di John Fetterman, che ha votato con i repubblicani a favore della prosecuzione del conflitto.

Altri esponenti repubblicani che in precedenza avevano sostenuto la risoluzione, come Rand Paul e Lisa Murkowski, questa volta non hanno partecipato al voto. Bill Cassidy, invece, ha spiegato di aver cambiato posizione dopo aver ricevuto informazioni dall’amministrazione Trump.

La pressione politica su Trump

Il presidente Donald Trump si trova così ad affrontare un crescente problema politico interno. Secondo i dati citati dell’American Research Group, il suo indice di approvazione sarebbe sceso al 30%, mentre l’avvicinarsi delle elezioni di midterm aumenta la pressione sulla Casa Bianca.

Il malcontento non riguarda soltanto l’opposizione democratica. Anche all’interno della base repubblicana emergono segnali di insofferenza per un conflitto percepito da molti come difficile da chiudere.

I quattro deputati repubblicani che hanno votato con i democratici alla Camera — Tom Barrett, Warren Davidson, Thomas Massie e Brian Fitzpatrick — avevano già sostenuto una misura simile nel mese di giugno.

Il tema centrale riguarda anche il rispetto del War Power Act, la legge approvata nel 1973 che limita il potere del presidente di mantenere truppe impegnate in ostilità senza una specifica autorizzazione del Congresso.

Il calo del sostegno tra gli elettori Maga

Il segnale più significativo arriva però dal fronte elettorale. Secondo un sondaggio riportato da Politico, anche tra i sostenitori più fedeli di Trump il consenso alla guerra in Iran sarebbe diminuito.

A maggio il 50% degli elettori Maga sosteneva il conflitto, mentre dopo due mesi la percentuale sarebbe scesa al 37%. Un altro 37% ritiene che gli Stati Uniti possano continuare la guerra soltanto se i costi non aumenteranno.

I dati mostrerebbero quindi un progressivo allineamento tra una parte della base repubblicana e l’opinione pubblica più ampia, soprattutto a causa delle conseguenze economiche legate al conflitto, tra cui l’aumento dei costi energetici.

Trump, però, continua a sostenere la propria linea e ha dichiarato che l’Iran sarebbe interessato a un incontro con gli Stati Uniti.

«Fino a quando non saranno disposti a farlo in modo significativo non abbiamo interesse neanche a parlare», avrebbe affermato il presidente.

La sfida delle elezioni di midterm

La questione della guerra è ormai strettamente collegata alla strategia elettorale repubblicana in vista del voto del 3 novembre. Secondo quanto riportato, i principali consiglieri di Trump hanno discusso anche delle difficoltà politiche legate al conflitto e delle strategie per difendere il controllo del Congresso.

Tra gli obiettivi della macchina repubblicana c’è la gestione di un importante patrimonio finanziario destinato alla campagna elettorale e al sostegno dei candidati del partito.

La guerra in Iran rischia quindi di diventare uno dei temi centrali della prossima sfida politica americana. Il voto del Congresso non cambia direttamente il corso del conflitto, ma evidenzia una frattura sempre più evidente tra la Casa Bianca, una parte dei parlamentari e una base elettorale che sembra iniziare a chiedere una nuova direzione.

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