
L’attentato contro Sigfrido Ranucci continua a essere al centro di un’inchiesta che punta a ricostruire mandanti, intermediari ed esecutori. Nelle ultime ore sono emersi nuovi elementi dalle dichiarazioni rese agli inquirenti dai due uomini accusati di aver materialmente preparato l’azione contro il conduttore di Report. La loro versione introduce un particolare destinato a pesare sulla ricostruzione dei fatti.
Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello hanno infatti ammesso di aver piazzato l’esplosivo sotto l’automobile di Ranucci. Ai pubblici ministeri hanno però sostenuto di essere convinti che l’operazione non avrebbe provocato vittime. Secondo quanto riferito dai due, era stato loro assicurato che si sarebbe trattato soltanto di una messinscena, senza conseguenze per nessuno.
L’incarico e i 3mila euro
I due uomini avrebbero agito su incarico di Gomes Clesio Tavares, persona che conoscevano da tempo e che viene indicata nella loro ricostruzione come l’intermediario dell’operazione. La somma concordata per l’incarico sarebbe stata di 3.000 euro, una cifra che gli investigatori considerano particolarmente bassa rispetto alla gravità dell’azione contestata.
D’Avino e Passariello hanno raccontato di aver ricevuto indicazioni precise e di aver recuperato la gelatina da cava utilizzata nell’attentato. Successivamente avrebbero collocato l’esplosivo sotto la vettura del giornalista, con l’intenzione di portare a termine quanto era stato loro commissionato. Davanti al pm Edoardo De Santis, i due hanno confermato le proprie responsabilità, assistiti dagli avvocati Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri.
La loro linea difensiva si basa però sulla convinzione di essere stati raggirati. I due sostengono di conoscere Tavares, ma negano di avere rapporti diretti con Valter Lavitola, indicato dagli investigatori come il possibile mandante dell’attentato. Secondo la loro versione, non avrebbero conosciuto il quadro complessivo dell’operazione né le reali intenzioni di chi si trovava ai livelli superiori.
«Nessuno si sarebbe fatto del male»
Il punto centrale delle dichiarazioni riguarda proprio la presunta rassicurazione ricevuta prima dell’azione. Ai due sarebbe stato fatto credere che nessuno si sarebbe fatto del male e che l’operazione avrebbe avuto uno scopo diverso da quello di provocare un attentato reale. Una ricostruzione che ora dovrà essere verificata attraverso gli altri elementi raccolti dalla Procura.
Gli investigatori stanno cercando di capire se questa versione corrisponda effettivamente alle indicazioni ricevute dagli esecutori oppure se l’idea della messinscena sia stata utilizzata per convincerli a partecipare all’operazione. Resta quindi da chiarire quale fosse il reale obiettivo dell’azione e soprattutto chi abbia impartito le direttive.
Le dichiarazioni dei due uomini si inseriscono in un’inchiesta nella quale le versioni degli indagati non coincidono. Lavitola, infatti, avrebbe sostenuto che l’incarico prevedesse soltanto alcuni colpi sparati in aria, mentre gli esecutori hanno ammesso di aver collocato un ordigno sotto l’auto di Ranucci. Saranno ora gli accertamenti della Procura a stabilire quale fosse la catena delle responsabilità e quale ruolo abbia avuto ciascuno dei soggetti coinvolti.


