
L’ultimo capitolo della sua storia lo aveva raccontato in prima persona durante un’intensa intervista estiva, con la lucidità di chi sentiva ormai vicino il fischio finale. L’intera parabola terrena di Sandro Mazzola era stata condizionata da quel dramma infantile che ne segnò il destino a soli sei anni: la perdita del genitore Valentino Mazzola nell’impatto di Superga. Senza ricordi nitidi a cui aggrapparsi, aveva dovuto scoprire la figura paterna attraverso i racconti dell’epoca, trovando solo nel trionfo di Vienna in Coppa dei Campioni contro il Real Madrid la definitiva affrancatura dal ruolo di “figlio d’arte”.
Un dolore intimo mai sopito, che lo stesso Sandro Mazzola aveva rievocato con commovente delicatezza: «Stringo ancora oggi la mano di mio padre: nei sogni entro con lui mano nella mano al Filadelfia. Gli parlerei dei miei figli, Ilaria, Valentina, Sandro e Paolo, e dell’Inter: i due amori che si dividono il mio cuore».
Il parallelo con il 9-1 della giovinezza e il messaggio ai posteri
Nell’ultimo tratto del suo cammino, segnato dai patimenti della salute, il campione aveva paragonato la battaglia contro l’infermità al memorabile debutto in massima serie contro la Juventus. In quell’occasione, la decisione di Angelo Morattie del tecnico Helenio Herrera di mandare in campo la Primavera per protesta portò a un’inevitabile imbarcata per 9-1, nella quale riuscì comunque a firmare il gol della bandiera dal dischetto.
Un ricordo trasformato in un appassionato desiderio ardente: «Come vorrei essere ricordato? Come un bravo uomo che se la gioca anche quando è impossibile vincere, come in quel 9-1. Anche oggi combatto una partita più grande di me: proverò a portarla ai supplementari, magari ai rigori. Prima di smettere di giocare, però, ai giovani dico: abbiate sogni, credeteci e sacrificatevi. E agli adulti: date le opportunità che furono date a me da ragazzo».


