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“Ecco i traditori”, le liste di Meloni. È già pronta la data del voto

Pubblicato: 25/09/2026 07:09

La legge elettorale è diventata il terreno su cui si misura la tenuta reale della maggioranza. E dentro il centrodestra cresce un clima di sospetto sempre più pesante. Nei gruppi parlamentari sarebbero state predisposte vere e proprie liste di possibili traditori, costruite per individuare chi potrebbe approfittare del voto segreto per affossare la riforma e mettere in difficoltà Giorgia Meloni.

Il criterio è soprattutto politico ed elettorale. Sotto osservazione ci sono i parlamentari che rischiano di più con un sistema basato sulle preferenze, quelli che potrebbero perdere il posto o trovarsi costretti a una competizione interna molto più dura. È lì che Palazzo Chigi e i vertici dei partiti vedono il pericolo dei franchi tiratori.

Il controllo sui parlamentari

La tensione riguarda tutti i partiti della coalizione, ma soprattutto Lega e Forza Italia, dove una parte consistente degli eletti avrebbe motivi per guardare con diffidenza alla nuova legge. Anche in Fratelli d’Italia, però, il livello di attenzione resta alto e sarebbe già partita una selezione dei nomi considerati meno affidabili.

Accanto alle liste, si ragiona su colloqui individuali con i parlamentari più incerti e su rassicurazioni rispetto alle future candidature. Il messaggio è semplice: chi resta fedele alla linea del partito non verrà lasciato indietro.

Nei momenti decisivi del voto potrebbero scattare anche misure di controllo più strette. Personale dei gruppi parlamentari potrebbe essere sistemato nelle tribune per osservare quanto accade in Aula, mentre la disposizione dei deputati potrebbe essere modificata per affiancare gli esponenti più ortodossi a quelli considerati più a rischio. Persino il modo di votare potrebbe diventare oggetto di attenzione.

Il nervosismo è aumentato anche dopo le recenti difficoltà della maggioranza al Senato, dove sul nucleare il governo ha rischiato sul numero legale. Meloni avrebbe richiamato ministri e gruppi parlamentari alla massima disciplina, soprattutto in vista dei passaggi più delicati.

La data del voto è già sul tavolo

Dietro la battaglia sulla riforma c’è però una questione ancora più grande: la durata della legislatura. La premier avrebbe fatto capire che una bocciatura della legge elettorale non sarebbe considerata un normale incidente parlamentare, ma una rottura politica tale da rendere inevitabili le elezioni anticipate.

Lo scenario più immediato sarebbe quello di una chiusura rapidissima della legislatura dopo l’approvazione della manovra, con il ritorno alle urne già tra gennaio e febbraio. Ma anche nel caso in cui la riforma passasse, dentro Palazzo Chigi prenderebbe corpo l’ipotesi di votare comunque in primavera, tra aprile e maggio.

A spingere verso una chiusura anticipata sarebbero diversi fattori: i margini economici ridotti, la crescente conflittualità interna ai gruppi parlamentari e soprattutto l’avvio di fatto della campagna elettorale sul territorio. Molti deputati e senatori stanno già lavorando sui propri collegi e sui propri pacchetti di consenso, soprattutto in vista di un possibile ritorno alle preferenze.

Anche l’esposizione pubblica di Meloni viene letta in questa chiave. Interviste, apparizioni televisive e iniziative politiche si stanno moltiplicando, con toni sempre più da campagna elettorale.

I numeri rendono la partita tutt’altro che tranquilla. La maggioranza dispone di 235 deputati, ma secondo i calcoli interni potrebbero bastare circa trenta franchi tiratori per far saltare la legge. Non sono pochi, ma neppure abbastanza da rendere impossibile un’operazione sotterranea.

Ed è proprio questo a rendere il voto segreto il vero incubo della maggioranza: chi decidesse di colpire potrebbe farlo senza lasciare tracce. Per questo, mentre ufficialmente si discute di regole elettorali, nei gruppi parlamentari si compilano nomi, si studiano fedeltà e si misura il rischio di tradimento.

La legge elettorale, a quel punto, smette di essere soltanto una riforma tecnica. Diventa il passaggio che può decidere non solo come si voterà, ma anche quando finirà il governo.

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