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Il diritto dei bambini a essere bambini: Alessandra Arachi rompe il silenzio sui bloccanti della pubertà

Pubblicato: 27/09/2026 16:01

Ci sono libri che chiedono al lettore di condividere una tesi e libri che, prima ancora, gli chiedono di accettare una domanda. Bimbi trans. Piccoli corpi, grandi bugie, di Alessandra Arachi, appartiene soprattutto alla seconda categoria. La domanda è semplice soltanto in apparenza: che cosa significa davvero proteggere un bambino che vive un conflitto profondo con il proprio sesso biologico? Assecondare immediatamente ciò che sente, fino a intervenire sullo sviluppo della pubertà, oppure riconoscere che proprio l’infanzia e l’adolescenza sono età mobili, instabili, attraversate da trasformazioni che chiedono agli adulti soprattutto prudenza, tempo e capacità di distinguere una sofferenza da una soluzione? È intorno a questa domanda che Arachi costruisce un libro militante, certamente, ma molto meno ideologico di quanto il titolo potrebbe far pensare. E il punto più importante arriva quando l’autrice definisce la propria posizione: non una battaglia contro i diritti delle persone transgender, ma l’aggiunta di un diritto agli altri che dice di avere sempre difeso, il diritto dei bambini a essere bambini.

È questa frase, più ancora del titolo volutamente urticante, la chiave attraverso cui leggere il libro. Perché Arachi non nega la sofferenza dei ragazzi con disforia di genere e non costruisce il suo ragionamento sull’idea che quella sofferenza debba essere ignorata. Fa quasi il contrario: sostiene che una sofferenza tanto complessa meriti più attenzione, più approfondimento, più cautela di quanto consenta un paradigma nel quale l’affermazione dell’identità percepita rischia di diventare rapidamente il presupposto dell’intervento medico. La tesi, dunque, non è che il bambino non debba essere ascoltato. È che ascoltare non significa necessariamente ratificare e soprattutto che ascoltare un bambino non può voler dire trasferire sulle sue spalle la responsabilità di una decisione che incide sul suo sviluppo fisico.

La grande questione della “pausa”

È anche per questo che Bimbi trans funziona meglio quando lo si legge non come un trattato medico, che non pretende di essere, ma come una lunga inchiesta giornalistica. Arachi racconta persino la costruzione dell’inchiesta. Confessa che all’inizio immaginava un libro diverso: documenti e testimonianze messi in fila, una platea bipartisan, una posizione il più possibile neutrale. Poi quella neutralità, scrive, diventa impossibile quando tra le carte incontra il documento che le sembra capace di cambiare il senso dell’intera vicenda. Il libro procede così, quasi mostrando al lettore la scrivania dell’autrice: telefonate, registrazioni, studi scaricati, carte dimenticate, dubbi, rabbia, piste abbandonate e riprese. È un metodo narrativo molto personale, a volte persino debordante, ma efficace perché non nasconde il punto di vista di chi scrive. Arachi non finge di essere un osservatore asettico. Dice da dove parte, racconta dove cambia idea, espone le proprie ossessioni e poi, soprattutto, mette sul tavolo le carte sulle quali pretende di fondare le proprie conclusioni.

La prima parte, dedicata agli Xenogender, ai Therians, all’allungamento dell’acronimo LGBT e ad alcune derive identitarie contemporanee, è la più sarcastica e anche quella che più facilmente può dividere. Arachi la usa come affresco di un mondo nel quale le categorie identitarie si moltiplicano e il confine fra esperienza individuale, riconoscimento sociale e rivendicazione di un diritto diventa sempre più labile. È una scelta polemica, volutamente esagerata nei toni. Si può discutere se tutti i fenomeni evocati appartengano davvero allo stesso continuum. Ma sarebbe un errore fermarsi qui, perché la parte decisiva del libro comincia proprio quando l’ironia lascia progressivamente spazio alla documentazione. La forza dell’inchiesta non dipende dagli Xenogender. Dipende dalla triptorelina, dagli studi che ne hanno accompagnato l’utilizzo, dalle linee guida, dai documenti dell’Aifa e dalle contraddizioni che Arachi individua tra ciò che il trattamento avrebbe dovuto essere e ciò che, secondo le carte da lei esaminate, è diventato.

Il cuore del libro è la contestazione di una metafora diventata potentissima: quella dei bloccanti della pubertà come pausa. Una sospensione temporanea, quasi neutrale, che servirebbe a regalare al ragazzo altro tempo per capire chi è, senza indirizzarlo verso una scelta definitiva. È probabilmente qui che Arachi costruisce la parte più convincente della sua tesi. Perché non si limita a dire che non crede alla neutralità della “pausa”: va alla ricerca dei testi prodotti dagli stessi ambienti scientifici che hanno sviluppato quel modello.

Uno dei passaggi più significativi che riporta è quello di uno studio del 2023 nel quale il trattamento con i bloccanti viene definito non soltanto come estensione della fase di valutazione, ma come inizio del percorso medico di affermazione di genere. È un passaggio decisivo perché sposta il problema. Se il bloccante è già l’inizio di un percorso medico, allora presentarlo semplicemente come il tempo sospeso nel quale ogni scelta rimane ugualmente aperta diventa molto più difficile.

Arachi torna continuamente su questo punto attraverso il primo studio prospettico olandese di follow-up sui ragazzi trattati con bloccanti. Nella ricostruzione proposta dal libro, la disforia di genere non si risolve dopo la soppressione della pubertà e neppure la soddisfazione corporea risulta migliorata. Gli stessi autori arrivano a formulare con cautela l’ipotesi che la soppressione della pubertà possa costituire un elemento utile. Quel “può”, quel margine di incertezza, diventa per Arachi una parola enorme quando l’oggetto della decisione è il corpo di un minore.

Qui il libro pone una questione che prescinde perfino dalle appartenenze culturali. Se una terapia viene raccontata pubblicamente come uno strumento che offre tempo per verificare la persistenza della disforia, ma uno degli studi fondativi mostra che durante quel periodo la disforia permane, che cosa viene realmente verificato? E soprattutto: il trattamento è una parentesi oppure è già un primo passaggio verso ciò che viene dopo, cioè ormoni cross-sex ed eventualmente chirurgia?

Arachi trova la risposta che ritiene decisiva nel percorso italiano. Nel documento con cui, nel 2018, l’Aifa chiede al Comitato nazionale per la bioetica un parere sull’uso della triptorelina negli adolescenti con disforia di genere, la finalità viene indicata nel prolungare la fase diagnostica e confermare la stabilità della condizione. L’autrice mette questa formulazione accanto allo studio olandese e osserva quella che considera la contraddizione centrale: se lo studio aveva già mostrato la persistenza della disforia durante la soppressione puberale, in che senso il farmaco avrebbe dovuto essere usato proprio per verificarne la persistenza?

Si può naturalmente discutere l’interpretazione che Arachi dà di quelle carte. Ma non si può liquidare la domanda come propaganda. È una domanda documentale. Ed è precisamente questo il merito maggiore del libro: costringere chi difende la pratica a rispondere sul suo terreno, non sul terreno dello scontro politico. Non “sei favorevole o contrario ai diritti trans?”, ma: che cosa fa questo farmaco, per quale finalità viene somministrato, con quale livello di evidenza e dentro quale percorso?

La stessa logica ritorna nel capitolo dedicato alla presunta funzione “salvavita” della triptorelina. Arachi ricostruisce la nota con cui alcune società e associazioni scientifiche avevano sostenuto che la terapia potesse ridurre drasticamente il rischio suicidario. Qui fa una cosa molto semplice e proprio per questo giornalisticamente efficace: va allo studio citato a sostegno dell’affermazione. E trova una differenza tutt’altro che marginale tra ideazione suicidaria e tentativi di suicidio.

È forse il passaggio più forte dell’intera inchiesta perché mostra la capacità che hanno alcune formule, una volta entrate nella comunicazione pubblica, di trasformarsi. “Riduzione delle ideazioni suicidarie” e “farmaco che impedisce a tuo figlio di suicidarsi” non sono la stessa cosa. Per un medico, per un ricercatore, per un giornalista la distanza è enorme. Ma per un padre o una madre terrorizzati dalla possibilità di perdere un figlio quella distanza può scomparire in un secondo. Ed è esattamente su questo punto che il libro cambia registro: la battaglia di Arachi non appare più come una disputa sul gender, ma come una battaglia sul consenso informato. Quanto è davvero libero il consenso di un genitore al quale viene prospettato che rifiutare un farmaco potrebbe significare mettere a rischio la vita del figlio?

Il libro porta poi dentro il dibattito anche le cautele emerse a livello internazionale sulla qualità delle evidenze disponibili per bambini e adolescenti e sugli effetti di lungo periodo delle cure di affermazione di genere. Anche qui la questione posta è ragionevole prima ancora che politica: se l’evidenza è incerta, il livello di prudenza dovrebbe crescere o diminuire quando il paziente ha undici, dodici, tredici anni?

La risposta di Arachi è evidentemente la prima. E la sua posizione convince proprio perché riprende, in fondo, uno dei principi più antichi della medicina: più sono incerte le conseguenze e minore è la capacità del paziente di comprenderle pienamente, maggiore deve essere la cautela. Non occorre essere conservatori, cattolici, progressisti o anti-progressisti per riconoscerne la logica. Occorre soltanto invertire la domanda. Non chiedersi perché mai si dovrebbe impedire a un adolescente di iniziare un trattamento, ma chiedersi quali prove siano sufficienti per autorizzare un adulto a modificare farmacologicamente una pubertà che dal punto di vista fisiologico sta procedendo.

Ed è interessante che il libro non eluda del tutto neppure una delle risposte più frequenti dei sostenitori dei blockers: la reversibilità. Arachi riconosce che, interrotta la soppressione, la pubertà biologica può ripartire. Non cerca di negarlo. Sposta però la questione: reversibilità significa soltanto che il meccanismo fisiologico ricomincia oppure significa che tutto ciò che è accaduto durante il trattamento può essere cancellato come se nulla fosse successo? Racconta anche testimonianze che servono a mostrare la povertà della parola “reversibile” quando viene usata come se chiudesse da sola ogni discussione.

Un libro sui bambini prima ancora che sul gender

Alla fine, però, la ragione per cui Bimbi trans merita di essere preso sul serio sta altrove. Sta nell’oggetto morale del libro. Il bambino. Non l’attivista, non il medico, non il politico, neppure il genitore. Il bambino come soggetto necessariamente diverso dall’adulto proprio perché non è ancora arrivato alla fine della propria formazione.

È qui che la tesi di Arachi diventa difficilmente liquidabile con l’accusa di transfobia. L’autrice insiste sulla storia delle battaglie per i diritti omosessuali e sulla propria vicinanza culturale a molte di quelle conquiste. La sua contestazione nasce anzi dalla convinzione che la vicenda dei minori sia stata indebitamente inglobata nella stessa grammatica dell’autodeterminazione elaborata per gli adulti. Ma un adulto e un undicenne non sono giuridicamente, psicologicamente e moralmente la stessa cosa. Trattare la differenza come una discriminazione anziché come una forma di protezione significa rovesciare il significato stesso dell’infanzia.

Il punto è cruciale. Una società liberale riconosce all’adulto il diritto di costruire la propria vita, anche attraverso scelte radicali sul proprio corpo. Ma il liberalismo non ha mai significato l’abolizione dell’età, della responsabilità o della capacità di discernimento. La libertà del minore è necessariamente accompagnata dall’obbligo degli adulti di proteggerne anche la libertà futura. E questa è forse la migliore formulazione possibile della tesi che attraversa il libro: non basta chiedersi che cosa vuole oggi un bambino; bisogna preservare lo spazio nel quale quel bambino possa essere domani anche diverso da come oggi si racconta.

Per questo l’immagine della pubertà come nemico da sospendere appare ad Arachi tanto problematica. La pubertà non è soltanto la comparsa del seno, della barba o delle mestruazioni. È una trasformazione complessiva attraverso la quale corpo, identità, desiderio, sessualità e percezione di sé si modificano reciprocamente. Bloccarne una componente non equivale a premere il tasto “pausa” su un video che potrà semplicemente ripartire dallo stesso fotogramma. Se lo sviluppo dell’identità negli adolescenti può avere ritmi, processi ed esiti differenti, l’argomento della cautela acquista peso, non lo perde.

C’è poi una questione più larga, che rende il libro anche un saggio sul potere delle parole. Disforia, incongruenza, affermazione, transizione, pausa, reversibilità, salvezza. Arachi mostra come ciascun termine possa cambiare la percezione di ciò che avviene realmente. Un’iniezione che sopprime i caratteri sessuali secondari può essere raccontata come intervento farmacologico oppure come “tempo regalato”. Un passaggio definito come inizio del percorso medico può essere presentato come sospensione priva di direzione. Un’associazione statistica sull’ideazione suicidaria può trasformarsi nel discorso pubblico in un farmaco “salvavita”. Il giornalismo serve esattamente a questo: rimettere il verbo accanto al fatto e controllare se coincidono.

Arachi lo fa con un linguaggio spesso rabbioso, talvolta volutamente eccessivo. Usa parole forti, costruisce accostamenti destinati a provocare e in alcuni passaggi rischia di concedere un alibi a chi vuole respingerla senza discuterne il contenuto. Ma sarebbe altrettanto comodo usare qualche eccesso lessicale per evitare il confronto con le questioni sostanziali. Perché la parte più importante di Bimbi trans non chiede al lettore di fidarsi della rabbia dell’autrice. Fa qualcosa di meglio: cerca continuamente di ricondurre la polemica alle carte, agli studi e ai documenti.

Questa scelta salva il libro dal rischio del pamphlet puramente identitario. Arachi ha una tesi e vuole dimostrarla, non lo nasconde neppure per un istante. Ma proprio per questo sente il bisogno di consegnare al lettore anche il percorso attraverso il quale ci è arrivata. È una forma di correttezza intellettuale importante: non “credimi perché te lo racconto io”, bensì “guarda da dove sono partita e verifica il ragionamento”.

E tutto conduce alla domanda che rimane quando si chiude il volume. Non se esistano persone transgender. Non se abbiano diritto alla dignità, alla libertà e alla protezione dalle discriminazioni. Non se un adolescente possa vivere una sofferenza autentica e devastante rispetto al proprio corpo. Tutto questo può essere riconosciuto senza difficoltà. La domanda è un’altra: da quella sofferenza discende necessariamente la legittimità di intervenire farmacologicamente sulla pubertà?

Il merito di Alessandra Arachi è avere mostrato che tra le due proposizioni esiste uno spazio enorme. Uno spazio che la politica, l’attivismo e talvolta la comunicazione medica hanno avuto troppa fretta di riempire con una risposta. Il suo libro chiede invece di riempirlo di domande, valutazioni psicologiche, studi migliori, dati di lungo periodo, responsabilità medica e soprattutto tempo. Non un tempo artificiale prodotto da un farmaco, ma il tempo della crescita.

Ed è qui che Bimbi trans. Piccoli corpi, grandi bugie finisce per essere un libro molto meno “contro” di quanto sembri. È contro la fretta. Contro l’idea che il dubbio sia automaticamente ostilità. Contro una concezione dell’inclusione che rischia di considerare discriminatorio persino interrogarsi. Contro l’ingresso dell’ideologia, di qualunque segno, in un luogo in cui dovrebbero contare innanzitutto il principio di precauzione, la qualità delle evidenze e l’interesse del minore.

Si può non condividere ogni pagina di Arachi, si può trovare eccessivo qualche accostamento, si può contestare una parte delle sue interpretazioni. Ma dopo aver letto il libro diventa molto più difficile sostenere che la questione dei bloccanti della pubertà nei minori possa essere risolta con una formula, un hashtag o un’accusa di oscurantismo. Le stesse fonti discusse nel volume presentano incertezze, cautele e domande che mal si accordano con il tono di certe certezze pubbliche. Il libro, a questo livello, raggiunge il suo obiettivo.

E soprattutto rovescia con efficacia la prospettiva. Per anni il dubbio sui blockers è stato rappresentato come un tentativo di negare un diritto. Arachi domanda se il vero diritto da recuperare non sia invece quello che precede tutti gli altri: il diritto di un bambino a non essere costretto a sapere troppo presto chi dovrà essere per sempre. Il diritto di cambiare idea, di attraversare la propria pubertà, di scoprire un corpo che ancora non conosce, di diventare omosessuale, eterosessuale, bisessuale, transgender o semplicemente qualcosa che a undici anni non poteva ancora immaginare.

In questo senso la tesi del libro non è soltanto condivisibile. È profondamente liberale. Perché la libertà non consiste soltanto nel poter scegliere. Consiste anche nel non trasformare troppo presto una possibilità in un destino. Ed è difficile pensare a qualcuno che abbia più diritto a questa cautela di un bambino.

Alessandra Arachi, Bimbi trans. Piccoli corpi, grandi bugie, Rubbettino, 168 pp., 2026.

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