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Legge elettorale, tutte le paure di Giorgia Meloni: la mossa di Fratelli d’Italia

Pubblicato: 30/09/2026 23:09

È ormai una partita giocata anche sul terreno della diffidenza quella sulla nuova legge elettorale, ribattezzata «Melonellum» a sinistra e «Stabilicum» a destra. In Parlamento cresce il timore dei franchi tiratori, cioè di quei deputati che, approfittando del voto segreto, potrebbero bocciare il provvedimento senza rendere pubblica la propria scelta.

La tensione è tale che nei corridoi di Montecitorio si parla di «vedette» e «contro-vedette», mentre tornano a circolare vecchi metodi per cercare di rendere riconoscibile anche un voto formalmente segreto. Fino a ieri sera, tuttavia, la richiesta di voto segreto non era ancora stata presentata. Può essere depositata in qualsiasi momento direttamente in Aula: basterà che un deputato consegni la richiesta scritta alla presidenza.

Proprio per questo la presidenza della Camera ha deciso di adottare nuove misure per proteggere la segretezza del voto. Dalla mattina di oggi, infatti, nella tribuna stampa centrale, collocata sopra l’emiciclo, è vietato l’accesso a funzionari e addetti stampa dei partiti, siano essi giornalisti o meno.

La decisione arriva dopo quanto accaduto durante il voto sulle preferenze dello scorso luglio, quando tre funzionari del gruppo di Fratelli d’Italia erano stati accusati di aver ripreso le operazioni dalla tribuna stampa. L’episodio aveva provocato la protesta dell’Associazione della stampa parlamentare e riacceso il confronto sulle modalità con cui può essere controllato, o aggirato, il voto segreto.

Al centro della discussione c’è anche la cosiddetta «pulsantiera», il sistema attraverso cui i deputati esprimono il proprio voto. È qui che entrano in gioco il «Metodo Maroni» e quello attribuito a Dario Franceschini: tecniche utilizzate per cercare di rendere riconoscibile il proprio voto attraverso il movimento delle dita, nonostante la procedura sia formalmente segreta.

Il riferimento è al metodo utilizzato ai tempi in cui Roberto Maroni era ministro dell’Interno, durante un voto segreto della Lega sulla richiesta di arresto del deputato Achille Papa. Il principio è semplice: utilizzare soltanto un dito della mano, lasciando le altre dita fuori dalla pulsantiera, così da rendere teoricamente distinguibili un «sì» e un «no».

Ora, però, la Camera punta a evitare che nelle tribune possano esserci osservatori incaricati di individuare questi segnali. Per questo sono previste delle «contro-vedette», persone incaricate dalla presidenza di vigilare sulla tutela della segretezza. Restano accessibili le tribune laterali, ma chi vi entra deve sottoscrivere il codice di autoregolamentazione che vieta, tra le altre cose, la diffusione di immagini capaci di mostrare comunicazioni private dei parlamentari.

Resta comunque difficile stabilire quanto queste precauzioni possano essere realmente efficaci. Filmare una mano durante il voto potrebbe non essere sufficiente per identificare con certezza la scelta di un deputato. E proprio per questo, scherza un parlamentare, bisognerebbe quasi ricorrere all’intelligenza artificiale per analizzare il movimento del tendine. Di certo, durante il voto, molti parlamentari finiranno per osservare con particolare attenzione le mani dei colleghi.

A complicare ulteriormente la partita potrebbe arrivare anche un emendamento sul riequilibrio di genere, da presentare direttamente in Aula e sottoporre anch’esso a scrutinio segreto. Elena Bonetti di Azione ha criticato il meccanismo, sostenendo che il testo consentirebbe di avere liste con tutti i capilista uomini e di collocare le candidate donne in seconda posizione. Sullo sfondo resta così il timore che la legge possa finire vittima di un nuovo voto segreto clamoroso, come accaduto in passato con le candidature al Quirinale di Romano Prodi e Franco Marini. E una bocciatura del provvedimento, secondo Maurizio Lupi, avrebbe conseguenze politiche e istituzionali tali da aprire uno scenario di crisi di governo.

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