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“L’ha fatto più volte”. Avvelenate ricina, il gesto di Gianni Di Vita che hanno notato tutti

Pubblicato: 30/09/2026 10:31

Tre passaggi in questura nello stesso giorno, alcuni oggetti consegnati spontaneamente agli investigatori e una serie di dichiarazioni sulla cena precedente al malore che, nel tempo, sembrano aver assunto contorni differenti. È su questi elementi che si concentra l’attenzione degli investigatori nel caso delle due donne morte a Pietracatella, in Molise, dopo un avvelenamento da ricina.

Al centro della vicenda c’è Gianni Di Vita, marito di una delle vittime e padre delle due donne coinvolte nella tragedia. Il commercialista non risulta indagato e, come confermato dalla Procura, la sua posizione non è cambiata. Nel paese, inoltre, continua a essere circondato dalla fiducia di molte persone che lo conoscono. Gli accertamenti, tuttavia, proseguono e gli investigatori stanno esaminando anche quanto emerso dai suoi precedenti racconti.

La giornata di martedì 29 settembre è stata particolarmente significativa. Di Vita si è presentato per tre volte negli uffici della questura di Campobasso, consegnando agli investigatori una borsa appartenuta alla moglie, un dispositivo elettronico e infine due computer.
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Le tre visite in questura

La sequenza è iniziata dopo le perquisizioni della Squadra Mobile negli studi professionali di Di Vita, a Pietracatella e a Campobasso. Il primo ingresso in questura risale alla tarda mattinata. L’uomo ne è uscito dopo avere firmato il decreto relativo al sequestro di una borsa appartenuta alla moglie Antonella, che era rimasta nello studio commerciale della coppia.

Secondo quanto riferito dal suo avvocato Vittorino Facciolla, Di Vita, indicato dalla difesa come persona offesa, avrebbe consentito agli investigatori di accedere ai due studi e li avrebbe accompagnati personalmente durante le attività.

La stessa procuratrice Antonelli ha confermato che, allo stato attuale, la posizione dell’uomo non è cambiata.

Poco dopo le 13, Di Vita è tornato negli uffici della questura. Questa volta si è fermato per pochi minuti e ha consegnato spontaneamente un dispositivo elettronico. Ai giornalisti presenti ha risposto con poche parole: «Sono serenissimo».

A chi gli chiedeva se volesse giustizia, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, ha replicato sorridendo: «Eh, vedete un po’ voi». Poi ha preferito non entrare nel merito della vicenda: «Parlerò nei tempi e nei modi che riterrò opportuni. Valuterò con il mio avvocato se rilasciare qualche dichiarazione».

La terza visita è avvenuta intorno alle 18.30. Al termine, Di Vita ha lasciato agli investigatori due computer. Dai dispositivi dovranno essere acquisiti e copiati i dati utili agli accertamenti.

Le versioni sulla cena del 23 dicembre

A suscitare l’attenzione degli investigatori sono anche alcuni passaggi relativi ai racconti forniti da Di Vita sulla cena del 23 dicembre, indicata come l’unica occasione nella quale avrebbe mangiato insieme alla moglie e alle figlie senza la presenza della secondogenita Alice.

Nel corso delle precedenti attività investigative, quando la Squadra Mobile procedeva per omicidio colposo, Di Vita aveva raccontato di non ricordare che cosa fosse stato servito quella sera. Alla domanda sulla possibilità che fosse stato consumato qualcosa di sospetto, aveva indicato quella cena come l’unico pasto a tre e aveva spiegato: «Non ricordo assolutamente cosa abbiamo mangiato, aveva preparato mia moglie».

Un racconto successivamente riportato nella documentazione relativa agli accertamenti medici avrebbe però fornito maggiori dettagli. Durante il ricovero precauzionale allo Spallanzani, tra il 30 dicembre e il 7 gennaio, Di Vita avrebbe riferito a una psicologa che i sintomi, compreso il vomito, erano comparsi contemporaneamente alla moglie e alla seconda figlia dopo un pasto comune che comprendeva una giardiniera di produzione domestica.

L’8 gennaio, nel corso di un nuovo colloquio con gli investigatori, la versione sarebbe tornata a essere meno dettagliata: «Non ricordo assolutamente nulla di quello che è stato portato in tavola».

Nei mesi successivi, quando gli vennero contestate le apparenti differenze tra i diversi racconti, Di Vita sarebbe tornato a parlare della giardiniera, aggiungendo anche altri alimenti, tra cui insaccati e cozze.

Gli accertamenti sulla ricina

Le diverse ricostruzioni della cena assumono particolare rilievo nel contesto dell’inchiesta sulla morte delle due donne, attribuita a un avvelenamento da ricina. Gli investigatori stanno lavorando per ricostruire la sequenza degli eventi e verificare ogni elemento utile a chiarire che cosa sia accaduto prima dell’insorgenza dei sintomi.

Tra la documentazione esaminata dagli inquirenti figura anche una relazione collegata alla perizia sulle autopsie delle vittime, composta da circa 800 pagine. Al suo interno sarebbe presente anche il riferimento al colloquio avuto da Di Vita con una psicologa durante il ricovero precauzionale.

Nello stesso contesto è riportato anche un riferimento alla sua situazione personale. Di Vita avrebbe spiegato di essere seguito da uno psichiatra «da circa 15 anni, a fasi alterne», per «problematiche relative all’ansia», collegandole alle «pressioni lavorative» legate alla sua attività professionale e agli incarichi pubblici.

La sera del 28 dicembre, giorno della morte della moglie, Di Vita avrebbe invece dichiarato semplicemente: «Sono molto provato».

Gli elementi raccolti vengono ora esaminati nel quadro degli accertamenti ancora in corso. La consegna dei dispositivi elettronici e dei computer potrebbe fornire ulteriori dati agli investigatori, che dovranno procedere all’analisi del materiale acquisito.

A Pietracatella, intanto, resta forte il sostegno nei confronti di Di Vita. Tra le persone che lo conoscono c’è chi considera impensabile un suo coinvolgimento nella vicenda. «Associarlo a quel che è successo? No, inimmaginabile», ha detto al Corriere della Sera una sua cara amica.

La sua posizione, allo stato delle informazioni disponibili, resta quella di persona non indagata. Le verifiche della Procura e della Squadra Mobile proseguono invece per ricostruire tutti i passaggi della vicenda e chiarire le circostanze che hanno preceduto la morte delle due donne.

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