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Schlein verso la candidatura del campo largo: ora il nodo non è più il nome ma l’accordo

Pubblicato: 30/09/2026 18:22

Elly Schlein si avvicina sempre di più alla candidatura unitaria del centrosinistra, ma il vero problema del campo largo non è più soltanto stabilire chi debba guidarlo. La partita si sposta ormai sul programma, sulle regole delle eventuali primarie e soprattutto sulla capacità di tenere insieme anime politiche molto diverse senza trasformare ogni passaggio in una nuova resa dei conti.

La linea che emerge dal Partito Democratico è chiara. Igor Taruffi, responsabile Organizzazione del Pd, ha ricordato che lo Statuto indica nella segretaria la candidata naturale a Palazzo Chigi e che, in caso di primarie, il partito dovrebbe presentarsi con un solo nome. Una posizione che di fatto blinda Schlein e restringe lo spazio per una candidatura alternativa interna.

Schlein resta il nome naturale del Pd

Il punto di partenza è lo Statuto del Partito Democratico, che lega la funzione di segretario alla candidatura alla guida del governo. È proprio questo il riferimento utilizzato dalla maggioranza interna per respingere l’ipotesi di un secondo candidato dem alle primarie del centrosinistra.

La questione è tornata d’attualità dopo l’assemblea dei riformisti a Prato, dove è circolato il nome di Giorgio Gori come possibile espressione dell’area moderata e riformista. Gori non ha formalizzato una candidatura, ma ha spiegato che la presenza di una voce riformista alle primarie potrebbe essere utile.

La maggioranza del Pd, però, appare orientata in senso opposto. L’idea prevalente è che il partito debba arrivare a un’eventuale consultazione di coalizione con un’unica candidata, evitando una competizione interna che rischierebbe di trasferire all’esterno le divisioni del Nazareno.

I riformisti chiedono spazio politico

Il problema non è però soltanto il nome del candidato. I riformisti dem stanno ponendo questioni politiche molto precise, soprattutto sul rapporto con il Movimento 5 Stelle.

A Prato, Giorgio Gori ha indicato come non negoziabile il sostegno all’Ucraina, contestando apertamente alcune posizioni espresse dal M5S. La stessa area ha chiesto che il Pd non rinunci alle proprie posizioni su politica estera, sicurezza e antisemitismo pur di costruire una coalizione più ampia.

Il messaggio è chiaro: l’unità del centrosinistra viene considerata importante, ma non può tradursi automaticamente nell’accettazione delle posizioni del partito alleato.

È qui che la leadership di Schlein si misura davvero. Non tanto nella capacità di ottenere una candidatura, quanto in quella di costruire un equilibrio tra una maggioranza interna che la sostiene e una componente riformista che chiede garanzie sulla linea politica.

Conte vuole le primarie, Schlein parte dal programma

All’esterno del Pd resta poi il nodo Giuseppe Conte. Il presidente del Movimento 5 Stelle continua a indicare nelle primarie lo strumento più naturale per scegliere il candidato del centrosinistra, mentre Schlein insiste sul percorso opposto: prima definire il programma e il perimetro della coalizione, poi scegliere il leader. La distanza non è soltanto metodologica. Dietro il dibattito sulle primarie c’è una questione di rapporti di forza.

Il Pd resta nettamente più grande del Movimento 5 Stelle nelle intenzioni di voto, ma Conte non intende riconoscere automaticamente al partito democratico il diritto di indicare il candidato premier. Schlein, dal canto suo, ha già chiarito di non temere una consultazione popolare: alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia ha detto che, se le primarie si faranno, il Pd è convinto di poterle vincere.

Il precedente Bersani-Renzi

Dentro il Pd c’è anche chi ricorda il precedente del 2012, quando Pier Luigi Bersani accettò una competizione aperta con Matteo Renzi nonostante il quadro statutario indicasse una soluzione più lineare.

Quel precedente viene oggi utilizzato dai riformisti per sostenere che le regole possono essere adattate quando esiste una necessità politica più ampia. La maggioranza vicina a Schlein, però, non sembra intenzionata a seguire quella strada.

La differenza è importante. Nel 2012 il confronto era interno al centrosinistra ma avveniva in una fase politica molto diversa; oggi il problema è costruire una coalizione che comprende Pd, M5S, Avs e possibili forze centriste, con divergenze molto più profonde su alcuni temi.

Il vero nodo è il programma comune

È proprio questo il punto che rischia di essere oscurato dal dibattito sui nomi. Una coalizione così ampia non può basarsi soltanto sulla volontà di battere il centrodestra.

Pd e M5S hanno posizioni differenti su Ucraina, politica internazionale, difesa, infrastrutture e diversi dossier economici. Avs spinge su una linea ancora diversa in materia ambientale e sociale, mentre le componenti centriste chiedono maggiore attenzione a impresa, conti pubblici e politica estera.

Costruire un programma comune significa quindi stabilire non soltanto cosa unisce queste forze, ma anche quali differenze possono essere gestite senza trasformarsi in conflitti durante una eventuale esperienza di governo.

La candidatura può arrivare prima dell’accordo politico

Il rischio è che il nome del candidato venga definito più rapidamente del progetto politico che dovrebbe sostenerlo.

Schlein dispone oggi di un vantaggio evidente all’interno del Pd: controlla la maggioranza del partito, è la segretaria e viene indicata dallo Statuto come candidata naturale. Nel campo largo, però, questo non basta automaticamente a risolvere il problema della leadership.

Conte conserva una propria base elettorale e rivendica il diritto a competere. I riformisti chiedono che il Pd non ceda terreno sulle questioni per loro decisive. Le forze centriste osservano il percorso senza avere ancora definito completamente il proprio ruolo.

La candidatura di Schlein può quindi diventare sempre più probabile senza che, nello stesso tempo, sia già definito l’equilibrio politico della coalizione.

Il tempo comincia a contare

Più il confronto si prolunga, più aumenta la possibilità che il dibattito sulle alleanze si sovrapponga alla campagna elettorale.

Il centrosinistra deve ancora stabilire se le primarie si faranno, con quali regole, se ci sarà un doppio turno, se sarà previsto il voto online e quale sarà il perimetro degli elettori chiamati a partecipare. Anche su questi aspetti esistono differenze significative tra Pd e Movimento 5 Stelle.

I riformisti dem, per esempio, preferiscono una consultazione in presenza e guardano con forte cautela al voto online. Il M5S è invece tradizionalmente più favorevole all’utilizzo delle piattaforme digitali.

Sono questioni tecniche solo in apparenza, perché il sistema scelto può incidere sul tipo di elettorato mobilitato e quindi sul risultato.

Una coalizione ancora da costruire

Il punto politico resta quindi questo: Schlein è oggi il nome più naturale per rappresentare il Pd, ma il campo largo non è ancora una coalizione compiuta.

La sua eventuale candidatura può essere formalizzata attraverso lo Statuto o confermata dalle primarie, ma non risolve automaticamente le differenze tra le forze che dovrebbero sostenerla.

Il centrosinistra entra così in una fase decisiva. Da una parte deve scegliere rapidamente il metodo per individuare il candidato; dall’altra deve evitare che la discussione sul leader sostituisca quella sulle politiche da proporre al Paese.

La vera prova, più che stabilire se Schlein sarà o meno la candidata, sarà capire se Pd, M5S, Avs e area riformista riusciranno a trasformare un insieme di forze diverse in una coalizione con una linea riconoscibile. È su questo terreno, molto più che sul semplice nome scritto sulla scheda delle primarie, che si misura la solidità del progetto.

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