
Tredici anni fa Pier Luigi Bersani sedeva davanti a Vito Crimi e Roberta Lombardi cercando senza successo l’appoggio del Movimento 5 Stelle a un possibile governo. Oggi una vicepresidente del M5S, Vittoria Baldino, indica proprio Bersani come possibile “terzo nome” per il campo progressista e dice che “gli dobbiamo tanto”. Poche immagini raccontano meglio la trasformazione politica del Movimento e, insieme, quella del centrosinistra italiano.
Nel marzo 2013 il M5S era nato per rompere il sistema dei partiti, non per entrarci in coalizione. Il Pd era il “Pd meno elle”, Bersani rappresentava il bersaglio perfetto di una stagione costruita sul rifiuto delle mediazioni e sulla contrapposizione frontale. Oggi il quadro è quasi rovesciato: il Movimento guidato da Giuseppe Conte si colloca stabilmente nell’area progressista, tratta con il Pd sulle primarie e sul programma comune e guarda persino a Bersani come a una possibile figura di equilibrio.
Dal rifiuto del 2013 alla ricerca del federatore
Il confronto del 27 marzo 2013 resta uno dei momenti simbolici della prima fase del Movimento. Bersani, incaricato di tentare la formazione di un governo dopo il risultato senza maggioranza delle elezioni politiche, incontrò in streaming Crimi e Lombardi. Il M5S confermò il proprio no a un esecutivo guidato dal segretario democratico e rivendicò la propria estraneità ai vecchi schemi di coalizione.
Quella postura era coerente con il Movimento delle origini: nessuna alleanza strutturale, nessuna distinzione stabile tra destra e sinistra, forte diffidenza verso i partiti tradizionali. La presenza in Parlamento serviva a condizionare il sistema, non a entrare in una maggioranza con il Pd.
Oggi il problema è esattamente opposto. Il M5S deve capire non se allearsi con il Pd, ma come farlo, con quale programma, con quale candidato premier e con quale equilibrio tra le diverse componenti del campo progressista.
Baldino rilancia il nome di Bersani
È in questo contesto che arrivano le parole di Vittoria Baldino. La vicepresidente del Movimento ha spiegato che, se non si arrivasse alle primarie, il M5S potrebbe valutare un “terzo nome” e ha indicato Bersani come una figura che personalmente apprezzerebbe molto.
Il passaggio più significativo è però un altro: “Gli dobbiamo tanto”. Una frase che nel Movimento del 2013 sarebbe stata difficilmente immaginabile e che oggi fotografa un cambiamento ormai consolidato.
Bersani, nel corso degli anni, ha infatti modificato anche il proprio rapporto con il M5S. Da interlocutore respinto è diventato progressivamente una figura favorevole al dialogo tra le diverse anime del centrosinistra e ha più volte invitato il Pd a non trasformare il Movimento in un nemico permanente.
Conte ha cambiato il Movimento
La metamorfosi è legata soprattutto alla leadership di Giuseppe Conte. L’ex presidente del Consiglio ha progressivamente portato il M5S dentro un campo politico più definito, pur evitando spesso di utilizzare l’etichetta tradizionale di “sinistra”.
Il Movimento resta diverso dal Pd su molti temi, soprattutto in politica estera, ma non si presenta più come una forza equidistante. Nelle alleanze locali e nel confronto nazionale, il riferimento è ormai il cosiddetto campo progressista.
Questo spostamento ha però un costo interno. Una parte dell’elettorato originario continua a guardare con diffidenza al Pd e alla logica delle coalizioni. Conte deve quindi tenere insieme due esigenze contraddittorie: consolidare l’alleanza progressista senza dare l’impressione di trasformare il Movimento in un semplice satellite dei democratici.
Bersani come figura di equilibrio
In questo quadro, Bersani ha caratteristiche che spiegano perché il suo nome continui a tornare. È una figura storicamente riconoscibile a sinistra, ma ha mantenuto negli anni un profilo capace di dialogare con il Movimento 5 Stelle. Ha sostenuto la necessità di costruire un fronte progressista più largo e ha mostrato simpatia politica per il percorso che ha portato Elly Schlein alla guida del Pd.
Non è un caso che venga evocato come possibile “federatore”, cioè come una personalità in grado di parlare contemporaneamente a Pd e M5S. Lo stesso Bersani, nei giorni scorsi, ha detto di essere disponibile a “dare una mano a chiunque”, senza però indicare una propria candidatura.
Il limite più evidente è anagrafico e politico: a 75 anni, Bersani appare più facilmente come una figura di garanzia o di mediazione che come il protagonista di una nuova stagione elettorale.
Schlein, Conte e il nodo delle primarie
Il vero confronto resta infatti quello tra Elly Schlein e Giuseppe Conte. Il leader del M5S insiste da tempo sulle primarie come strumento per scegliere il candidato del centrosinistra, mentre la segretaria del Pd continua a sostenere che prima debba essere definito un programma comune.
La differenza non è soltanto procedurale. Conte vuole evitare che la leadership venga considerata automaticamente spettante al partito più grande della coalizione. Schlein, invece, punta a evitare che la scelta del candidato preceda la definizione di una linea politica condivisa.
È proprio in questo spazio che può emergere l’idea di un terzo nome: una figura capace di evitare uno scontro diretto tra Pd e M5S e di tenere insieme una coalizione più ampia.
Il problema del campo largo resta irrisolto
La vicenda Bersani mostra però anche il limite strutturale del campo progressista. Il problema non è soltanto trovare un candidato che piaccia a tutti. È capire se esista davvero una piattaforma politica comune sufficientemente solida.
Pd e M5S hanno differenze rilevanti sull’Ucraina, sulla politica estera, sulla difesa e su alcune scelte economiche. I riformisti dem chiedono che il partito non arretri su questi temi per facilitare l’alleanza con Conte, mentre il Movimento difende la propria autonomia. Un federatore può attenuare le tensioni, ma non può sostituire un accordo politico.
La politica cambia più rapidamente della memoria
Il passaggio dal 2013 a oggi racconta infine qualcosa di più generale. In politica le alleanze cambiano, i nemici diventano interlocutori e le incompatibilità considerate definitive possono trasformarsi in punti di contatto.
Il M5S che respingeva Bersani in streaming non esiste più nella stessa forma. E anche il Pd che provava a ottenere i voti grillini dall’esterno è profondamente cambiato.
Per questo il nome di Bersani oggi non suona più come una provocazione, ma come il simbolo di un possibile punto di equilibrio. La vera domanda non è se i 5 Stelle abbiano cambiato idea su Bersani: è quanto siano cambiati il Movimento e l’intero centrosinistra in questi tredici anni.


