
Massimo Cacciari torna a scuotere il centrosinistra e lo fa partendo da uno dei temi più scomodi della politica italiana: le tasse. In un’intervista a La Stampa, il filosofo ed ex sindaco di Venezia sostiene che la sinistra abbia perso il coraggio di affrontare apertamente la questione fiscale e che, senza una vera progressività delle imposte, tutte le promesse su sanità, scuola e politiche sociali rischino di restare soltanto dichiarazioni d’intenti.
Il ragionamento di Cacciari parte da lontano. Per decenni, osserva, la progressività fiscale è stata uno dei cardini tanto delle politiche socialdemocratiche quanto di quelle cristiano-popolari. Poi, soprattutto dagli anni Novanta in avanti, si sarebbe affermata una cultura politica sempre più ostile all’aumento delle tasse, fino alla diffusione delle proposte di flat tax. Secondo Cacciari, è proprio qui che la sinistra avrebbe smarrito una parte della propria identità.
“La sinistra si è profondamente ammalata”
Il giudizio dell’ex sindaco di Venezia è molto duro. Cacciari sostiene che la sinistra abbia paura di affrontare il tema fiscale per timore di perdere consenso e che questa esitazione renda poco credibili molte delle proposte sociali avanzate negli ultimi anni.
Il punto, nella sua lettura, è semplice: con un debito pubblico superiore ai tremila miliardi di euro, non è realistico pensare di finanziare nuovi interventi soltanto attraverso maggiore deficit. Le risorse devono essere trovate altrove e, per Cacciari, questo significa tornare a discutere seriamente di una tassazione più progressiva, prevista peraltro dalla Costituzione.
Non necessariamente una patrimoniale nella forma tradizionale, ma un sistema nel quale chi dispone di redditi e patrimoni maggiori contribuisca in misura più consistente. Senza questo passaggio, sostiene, parlare di sanità pubblica, scuola, welfare e riduzione delle disuguaglianze rischia di trasformarsi in pura retorica.
Patrimoniale sì o no? Cacciari non esclude nulla
Interpellato direttamente sull’ipotesi di una patrimoniale, Cacciari non la indica come unica soluzione ma nemmeno la esclude. La priorità, secondo lui, è rendere realmente progressivo il sistema fiscale e individuare coperture compatibili con l’enorme debito pubblico italiano.
Il tema è particolarmente delicato perché la patrimoniale resta una delle parole più divisive del dibattito politico. La destra la utilizza spesso per attaccare il centrosinistra, mentre anche all’interno del campo progressista esistono posizioni molto diverse.
Cacciari però ribalta la questione: il problema non è scegliere una parola politicamente più o meno conveniente, ma spiegare come finanziare politiche sociali ambiziose senza aumentare ulteriormente il debito.
“Il salario minimo diventerà necessario”
L’ex sindaco di Venezia si mostra favorevole anche al salario minimo. A suo giudizio, una misura di questo tipo diventerà sempre più necessaria in un sistema economico segnato da forti squilibri e da una trasformazione tecnologica destinata a ridurre la quantità di lavoro umano necessario in diversi settori.
Anche qui, però, pone una condizione: il salario minimo deve essere inserito dentro una politica economica e fiscale coerente. Non può essere una misura isolata o semplicemente simbolica.
Il ragionamento di Cacciari lega quindi tassazione, lavoro e redistribuzione: senza un sistema fiscale capace di sostenere le politiche sociali, anche gli interventi sul lavoro rischiano di avere un’efficacia limitata nel medio periodo.
Il problema del campo largo
Il passaggio più politico dell’intervista riguarda però il centrosinistra e il cosiddetto campo largo. Cacciari non sembra particolarmente convinto che la semplice somma dei partiti possa produrre automaticamente una coalizione credibile.
Il problema, sostiene, è speculare a quello della destra: nessuna delle due coalizioni appare realmente unita. Nel centrodestra convivono linee differenti su economia, Europa e politica internazionale; nel campo progressista restano forti divergenze tra Pd, Movimento 5 Stelle, sinistra e componenti centriste.
Da qui nasce l’idea dello “sparigliatore”: una figura capace di mettere insieme pezzi di destra e sinistra che condividono alcune priorità, superando gli attuali schieramenti.
Lo “sparigliatore” che oggi non si vede
Cacciari non fa un nome preciso per il presente, ma ricorda che dieci anni fa quel ruolo avrebbe potuto essere svolto da Matteo Renzi. Secondo il filosofo, l’ex presidente del Consiglio aveva avuto la possibilità di rompere gli schemi tradizionali e costruire un’area politica nuova, ma non ci è riuscito.
Oggi una figura simile non appare chiaramente all’orizzonte. E proprio questa assenza rende ancora più evidente, secondo Cacciari, la crisi di identità delle coalizioni esistenti.
Il punto non sarebbe quindi trovare semplicemente un candidato premier, ma costruire un progetto capace di attraversare le tradizionali appartenenze politiche su alcuni grandi temi: fisco, welfare, disuguaglianze, crescita e sostenibilità del debito.
La critica alla politica che evita i temi impopolari
Il filo conduttore del ragionamento di Cacciari è la critica a una politica sempre più concentrata sul consenso immediato. Parlare di tasse progressive significa inevitabilmente scontentare una parte dell’elettorato, così come affrontare seriamente il debito pubblico comporta decisioni poco popolari.
Secondo il filosofo, però, proprio questa rinuncia al conflitto politico sui grandi temi sta impoverendo il dibattito pubblico. Se ogni partito promette più servizi e meno tasse senza spiegare dove trovare le risorse, le differenze tra destra e sinistra finiscono per ridursi a una competizione di slogan.
La sua provocazione al centrosinistra è quindi netta: se vuole presentarsi come alternativa al governo Meloni, deve smettere di limitarsi alla critica e indicare chiaramente chi deve pagare, quanto e per finanziare cosa.
Una sfida che riguarda anche la destra
Cacciari, però, non limita la critica al campo progressista. La mancanza di unità e di una vera visione comune riguarda anche il centrodestra, dove convivono posizioni diverse sul fisco, sulla spesa pubblica e sul rapporto con l’Europa.
Proprio per questo parla di un problema “speculare” nelle due coalizioni. La politica italiana, nella sua lettura, resta bloccata dentro schieramenti formalmente contrapposti ma spesso incapaci di proporre modelli economici e sociali davvero alternativi.
La domanda che lascia sul tavolo è quindi più ampia delle prossime elezioni: esiste ancora qualcuno in grado di rompere gli schemi e costruire un progetto politico nuovo? Per Cacciari, al momento, quello “sparigliatore” non si vede. E proprio questa assenza rischia di pesare più delle divisioni interne ai singoli partiti.


