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Galli della Loggia: «Israele è il tragico memento mori di un’Europa che non vuole vedere la realtà»

Pubblicato: 06/10/2026 12:04

«In un senso profondo, drammaticamente profondo e oscuro, l’esistenza di Israele ci è insopportabile». Parte da qui Ernesto Galli della Loggia per costruire una riflessione che va ben oltre il conflitto mediorientale e diventa una critica radicale dell’Europa, del suo rapporto con la forza, con la guerra e con la propria storia. Lo storico ed editorialista del “Corriere della Sera” è intervenuto il 5 ottobre a Roma, nella Sala Capitolare presso il Chiostro del Convento di Santa Maria sopra Minerva, al convegno “La nuova accusa del sangue. La genesi del moderno antisemitismo”, organizzato da Il Riformista e dedicato al volume di Yechiel Leiter, ambasciatore di Israele negli Stati Uniti.

L’’iniziativa si deve al senatore di FdI Giulio Terzi di Sant’Agata, già ambasciatore d’Italia in Israele e negli Stati Uniti ed ex ministro degli Esteri, attualmente presidente Presidente della quarta Commissione Politiche dell’Unione Europea del Senato. Tra i relatori Jonathan Peled, ambasciatore di Israele in Italia, Fiamma Nirenstein, David Meghnagi, il direttore de Il Riformista Claudio Velardi e del vicedirettore Aldo Torchiaro.

Al centro dell’intervento di Galli della Loggia c’è una tesi precisa: Israele costringe l’Europa a guardare ciò che l’Europa non vuole più vedere. La possibilità dell’aggressione, l’esistenza di nemici, la necessità della difesa, la forza come componente inevitabile della politica e dello Stato. Israele, proprio perché vive tutto questo come una condizione quotidiana, diventa agli occhi degli europei uno specchio scomodo. «Quante paure, quanti allarmi, quante preoccupazioni per la sicurezza» risuonano nelle parole degli israeliani, osserva Galli della Loggia, fino a farli apparire a un’Europa ormai disabituata alla dimensione tragica della storia «provocatoriamente ossessionati dall’esigenza di difendersi».

È qui che il ragionamento si allarga. Secondo lo storico, l’Europa si sarebbe progressivamente convinta che la pace dipenda essenzialmente dalla propria volontà di essere pacifica. Una convinzione sintetizzata con una formula volutamente provocatoria: crediamo che «per avere la pace basti dire di essere contro la guerra». Da qui il sospetto verso gli armamenti, la difesa e l’aumento delle spese militari, nella convinzione che una guerra non possa arrivare se noi per primi non la desideriamo. Ma l’aggressione, insiste, è esattamente il contrario: presuppone che possa esistere qualcuno disposto ad attaccare indipendentemente dalle nostre intenzioni.

La metafora scelta è quella dei Tartari. Per troppo tempo l’Europa ha aspettato pericoli che sembravano non arrivare, fino a convincersi che non sarebbero arrivati mai. Ora, sostiene Galli Della Loggia, «i Tartari stanno già alle nostre porte», mentre il continente continua a comportarsi come se la sicurezza, le rotte commerciali, le fonti di approvvigionamento e il benessere costruito negli ultimi decenni fossero condizioni permanenti e irreversibili.

Il passaggio più politico riguarda però il 1945. È nella fine della Seconda guerra mondiale che Galli della Loggia individua l’origine della debolezza europea contemporanea. La sconfitta del continente e la successiva tutela esercitata dai due grandi vincitori, Stati Uniti e Unione Sovietica, avrebbero impedito all’Europa di tornare pienamente a essere un soggetto politico autonomo. Anche l’idea europea di democrazia sarebbe così progressivamente diventata sinonimo soprattutto di diritti individuali, sviluppo economico e benessere, separandosi dal tema della potenza e della capacità di difendersi.


Da qui il richiamo a Machiavelli. Gli europei, sostiene Galli della Loggia, ne sarebbero stati «pessimi allievi», illudendosi di potersi sottrarre all’«effettualità delle cose» e dimenticando che anche uno Stato democratico ha bisogno della forza: non necessariamente per attaccare, ma «per non farsi assalire». È questa rimozione, secondo lo storico, a rendere così difficile per l’opinione pubblica europea comprendere fino in fondo il dramma israeliano.

Israele diventa allora qualcosa di più di uno Stato sul quale prendere posizione. Diventa uno specchio dell’Europa. «Uno specchio della verità», capace di restituire agli europei l’immagine «dei nostri fraintendimenti, della nostra complessiva pochezza, della nostra cecità». E mentre il mondo torna a essere attraversato dalla guerra e dalla competizione tra potenze, la stessa esistenza di Israele assume, nella lettura di Galli della Loggia, il significato di un «tragico memento mori».

La conclusione porta il ragionamento ancora più in profondità. Dietro l’insofferenza verso Israele, avverte Galli della Loggia, non ci sarebbe soltanto il rifiuto dello specchio che quello Stato rappresenta per l’Europa. Ci sarebbe anche qualcosa di più antico e oscuro. Perché Israele, «quasi che il resto non bastasse», è anche la patria degli ebrei.

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