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Usa, Hegseth annuncia la fucilazione di Nidal Hasan in diretta streaming: l’Onu denuncia una forma di tortura

Pubblicato: 09/10/2026 12:14

Negli Stati Uniti torna al centro del dibattito la pena di morte in ambito militare, con l’annuncio di un’esecuzione destinata a essere trasmessa in diretta streaming. La decisione riguarda un caso che risale al 2009 e che provocò numerose vittime all’interno di una base militare americana. L’iniziativa annunciata dal ministro della Difesa Pete Hegseth ha suscitato la reazione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, che ha contestato la natura pubblica dell’esecuzione.

La data indicata è quella del 3 dicembre 2026, quando dovrebbe essere eseguita la condanna a morte di Nidal Hasan, responsabile della strage di Fort Hood, in Texas. Il militare, ex psichiatra dell’esercito statunitense, è stato condannato per l’uccisione di 13 persone e il ferimento di altre 32. L’esecuzione dovrebbe avvenire mediante fucilazione, una modalità che non veniva utilizzata dall’esercito americano dalla fine della Seconda guerra mondiale.

L’annuncio di Pete Hegseth e la data dell’esecuzione

Il ministro della Difesa Pete Hegseth ha illustrato il progetto durante un’intervista all’emittente conservatrice Real America’s Voice. L’obiettivo dichiarato è rendere pubblica l’esecuzione, trasmettendola in streaming. «Faremo in modo che sia pubblica, la gente deve capire che ci sono serie conseguenze per questo tipo di cose», ha affermato.

L’appuntamento è stato fissato per le 13 ora locale del 3 dicembre, nella base di Fort Hood. La vicenda rappresenterebbe un evento eccezionale nella storia recente delle forze armate statunitensi: l’ultima esecuzione militare risale al 1961, mentre la fucilazione non veniva applicata dalla fine della Seconda guerra mondiale. Resta tuttavia possibile un ulteriore ricorso giudiziario straordinario da parte di Hasan, che potrebbe determinare un rinvio.

La strage di Fort Hood del 2009

La strage avvenne il 5 novembre 2009 all’interno della base militare di Fort Hood, in Texas. Hasan, allora 39enne e maggiore dell’esercito, aprì il fuoco con una pistola semiautomatica in un centro nel quale i militari si sottoponevano a visite mediche e si preparavano alle missioni all’estero. Durante l’attacco urlò «Allahu Akbar», uccidendo 13 persone, tra cui 12 soldati e un civile, e ferendone altre 32. Tra le vittime c’era anche una donna incinta.

Le indagini ricostruirono i contatti intrattenuti da Hasan con il predicatore estremista Anwar al-Awlaki, legato ad Al-Qaeda nella Penisola Arabica. Il militare aveva maturato posizioni radicali e dichiarò di aver agito per opporsi alle guerre statunitensi in Iraq e Afghanistan, sostenendo di voler proteggere i mujaheddin. Ferito durante l’intervento delle forze di sicurezza, rimase paralizzato dalla vita in giù.

Nel 2013, un tribunale militare lo condannò a morte per 13 capi d’imputazione per omicidio premeditato e 32 per tentato omicidio. La condanna è alla base dell’esecuzione annunciata dal Pentagono, che ora potrebbe diventare anche un caso internazionale per le modalità con cui si intende renderla pubblica.

La reazione dell’Onu: «Trattamento crudele, inumano o degradante»

L’annuncio della trasmissione in diretta ha provocato la reazione dell’Alto Commissariato Onu per i diritti umani, secondo cui rendere pubblica un’esecuzione attraverso lo streaming violerebbe il divieto assoluto di tortura. L’organismo ha richiamato le proprie precedenti prese di posizione sulle esecuzioni pubbliche in Afghanistan e in Iran, sottolineando le implicazioni per la tutela della dignità umana.

«Le esecuzioni pubbliche costituiscono una forma di trattamento o pena crudele, inumano o degradante», ha dichiarato l’Alto Commissariato in una nota. La trasmissione in diretta, ha aggiunto l’organismo, equivale a un’esecuzione pubblica e violerebbe il divieto assoluto di tortura.

Il confronto riguarda quindi non soltanto l’applicazione della pena capitale, ma anche la scelta di trasformare l’esecuzione in un evento accessibile al pubblico. La posizione delle Nazioni Unite mette in discussione proprio questa modalità, considerata incompatibile con gli obblighi internazionali in materia di diritti umani.

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