Vai al contenuto

Attacco all’Iran, Ottolenghi: “L’obiettivo di Israele è indebolire il regime teocratico. La speranza che il popolo si ribelli”

Pubblicato: 05/03/2026 09:30

Dopo gli attacchi lanciati sabato scorso da Israele con il sostegno degli Stati Uniti contro obiettivi strategici in Iran, il Medio Oriente è entrato in una fase di forte tensione. Le operazioni militari hanno colpito infrastrutture legate al programma nucleare, missilistico e ai droni di Teheran, mentre la risposta iraniana è arrivata con attacchi missilistici e con droni contro obiettivi nella regione del Golfo.

Per molti governi europei si tratta di una pericolosa escalation, ma Israele sostiene di aver agito per evitare una guerra ancora più grave. Gli sviluppi delle prossime settimane saranno decisivi per capire se la campagna militare si limiterà a indebolire l’apparato militare iraniano oppure se aprirà una fase di trasformazione più profonda nel sistema politico della Repubblica islamica.

Ne abbiamo parlato con Emanuele Ottolenghi, analista specializzato in minacce ibride, finanziamento al terrorismo e reti di evasione delle sanzioni, oggi senior advisor per la piattaforma di analisi di rischio 240 Analytics e per anni senior fellow alla Foundation for Defense of Democracies di Washington.

Emanuele Ottolenghi

Perché Israele e Stati Uniti hanno deciso di colpire proprio adesso?

Secondo Ottolenghi, l’operazione è il risultato di diversi fattori maturati negli ultimi mesi, tra cui il timore di una rapida ricostituzione delle capacità militari iraniane e il fallimento dei negoziati diplomatici. “La preoccupazione più urgente da parte di Washington era che la ricostituzione del programma balistico-missilistico iraniano e del programma di droni potesse portare presto a una situazione di immunità dell’Iran rispetto a qualsiasi attacco”, spiega.

A questo si è aggiunta la convinzione americana che i negoziati non avrebbero prodotto risultati concreti. “Dopo gli ultimi colloqui la valutazione americana era che gli iraniani non fossero disponibili al tipo di accordo che avrebbe evitato uno scontro”, aggiunge l’analista.

Si può parlare di guerra preventiva per evitare un conflitto nucleare?

Per Ottolenghi la distinzione tra azione preventiva e risposta a una minaccia immediata potrà essere chiarita solo in futuro, quando emergeranno i dettagli delle informazioni di intelligence. “Se sia stata una guerra preventiva o un’azione dettata da intelligence fresca che non permetteva più di rimandare lo sapremo più avanti”, afferma.

Secondo l’analista, però, diversi segnali indicavano che il confronto con Teheran fosse ormai inevitabile. “La decisione dell’Iran di non aprire i suoi siti nucleari alle ispezioni e il continuo stallo diplomatico con gli Stati Uniti avevano creato la sensazione che lo scontro fosse solo rimandato”.

L’obiettivo dell’operazione è smantellare definitivamente il sistema militare iraniano?

Ottolenghi ritiene che l’obiettivo minimo dell’operazione sia indebolire in modo significativo la capacità offensiva del regime. “L’obiettivo è almeno un forte indebolimento della struttura offensiva del regime, non solo sul piano militare ma anche su quello dell’apparato repressivo interno”, spiega.

Anche se il regime dovesse sopravvivere, secondo l’analista il colpo potrebbe avere effetti duraturi. “Il colpo che americani e israeliani stanno infliggendo dovrebbe impedire all’Iran di nuocere per molti anni a venire”.

Quanto è corretto definire l’Iran un sistema politico costruito attorno ai Pasdaran?

Secondo Ottolenghi la definizione è corretta, soprattutto se si considera l’evoluzione del Paese dopo la rivoluzione islamica del 1979. “Dal 1979 l’Iran si è trasformato in una potenza revisionista che non vuole solo dominare la regione militarmente ed economicamente, ma anche imporre un modello ideologico”, osserva.

Questa strategia, secondo l’analista, si estende anche oltre il Medio Oriente. “L’Iran ha cercato di esportare la propria ideologia non solo nel mondo arabo musulmano ma anche in altre regioni, costruendo alleanze politiche e diffondendo la propria influenza”.

Dopo un intervento militare è possibile una transizione politica stabile?

Ottolenghi ritiene improbabile che Stati Uniti e Israele vogliano replicare esperimenti di ricostruzione politica simili a quelli tentati in Afghanistan o in Iraq. “Non credo che sia parte del progetto americano o israeliano fare ingegneria sociale o politica in Iran”, spiega.

L’obiettivo, piuttosto, sarebbe creare le condizioni affinché il cambiamento possa nascere dall’interno del Paese. “L’idea è rimuovere gli ostacoli e permettere agli iraniani di decidere quale strada intraprendere”.

Secondo l’analista, una possibile evoluzione potrebbe arrivare anche da settori del sistema attuale. “Se emergessero leader all’interno del regime disposti a cambiare direzione e a collaborare con l’Occidente, quella potrebbe essere una strada di transizione”.

Quali possono essere le conseguenze economiche e energetiche nel breve periodo?

Uno dei timori principali riguarda le ripercussioni sul mercato energetico e sulla sicurezza delle rotte marittime nel Golfo. Ottolenghi invita però a evitare letture troppo allarmistiche. “Pur essendo il Golfo importantissimo per l’energia, esiste una grande abbondanza di petrolio e gas naturale in molte altre parti del mondo”, sottolinea.

Secondo l’analista, inoltre, le capacità militari iraniane nel Golfo non sono paragonabili a quelle delle grandi potenze. “La marina iraniana non è particolarmente poderosa e in passato gli Stati Uniti l’hanno neutralizzata in pochi giorni”.

Qual è la vera incognita delle prossime settimane?

Per Ottolenghi la variabile decisiva resta ciò che accadrà all’interno dell’Iran, soprattutto se gli attacchi continueranno a colpire le strutture del potere dei Pasdaran. “La grande incognita è cosa succederà dentro il Paese quando cominceranno a essere colpite sistematicamente le strutture del regime”, conclude.

La reazione della società iraniana, già segnata da una repressione molto dura delle proteste negli ultimi mesi, potrebbe essere determinante per capire l’evoluzione della crisi. “Dopo una repressione durissima non è scontato che la popolazione trovi subito il coraggio di tornare in piazza. Ma se questo accadesse cambierebbe completamente lo scenario”.

Continua a leggere su TheSocialPost.it

Ultimo Aggiornamento: 05/03/2026 11:05

Hai scelto di non accettare i cookie

Tuttavia, la pubblicità mirata è un modo per sostenere il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirvi ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, sarai in grado di accedere ai contenuti e alle funzioni gratuite offerte dal nostro sito.

oppure