
Quattro elicotteri militari italiani hanno lasciato la base di Erbil, nel Kurdistan iracheno, durante una pausa degli attacchi missilistici che da giorni colpiscono le installazioni militari nella regione. I velivoli NH90 dell’Esercito italiano sono decollati sorvolando gli hangar presi di mira da droni e razzi nelle ultime due settimane e hanno raggiunto la Turchia, segnando una prima riduzione della presenza militare italiana in una delle aree più esposte alla rappresaglia delle milizie sciite filoiraniane.
La decisione arriva dopo che un ordigno ha devastato la mensa del contingente italiano la scorsa settimana, rendendo la base di Erbil troppo vulnerabile. La presenza nel capoluogo curdo è stata quindi ridotta al minimo operativo. Un’analoga operazione di trasferimento riguarda anche personale e mezzi presenti nell’aeroporto kuwaitiano di Ali Al Salem, dove domenica scorsa è stato distrutto un drone Reaper. Nella base restano due velivoli senza pilota più difficili da evacuare, mentre una coppia di caccia Eurofighter rimane in grado di garantire la difesa dello spazio aereo.
Riduzione del contingente e possibile chiusura dell’ambasciata
Il ripiegamento riguarda anche la capitale Baghdad, dove si prepara il rientro dei circa quaranta carabinieri impegnati nell’addestramento della polizia locale. La situazione di sicurezza nella capitale irachena si sta deteriorando rapidamente e nelle stesse ore si lavora alla possibile chiusura dell’ambasciata italiana. Un segnale della crescente instabilità è arrivato dal recente attacco contro la sede diplomatica americana, colpita con precisione da un drone che ha messo fuori uso il sistema di difesa contraerea.
Dopo sedici giorni di escalation militare, il dispositivo italiano impegnato dal 2014 nella missione contro l’Isis viene quindi drasticamente ridimensionato. Dei oltre 700 militari italiani presenti nella regione mediorientale restano poco più di un centinaio. Fonti militari sottolineano che non si tratta di una ritirata definitiva: le attività di ricognizione e di addestramento delle truppe curde e irachene dovrebbero riprendere appena le condizioni di sicurezza lo permetteranno.
Il fronte più delicato ora è il Libano
Se in Iraq il contingente si riduce, il fronte che preoccupa di più è ormai quello del Libano meridionale, dove Israele ha lanciato un’offensiva terrestre contro Hezbollah. I combattimenti si svolgono nelle immediate vicinanze delle postazioni delle Nazioni Unite e tutta la fascia a sud del fiume Litani è diventata un campo di battaglia.
I caschi blu si trovano letteralmente nel mezzo del fuoco incrociato. Nelle ultime ore una raffica di razzi intercettata dagli israeliani ha fatto cadere frammenti sulla base italiana di Shama: un soldato è stato medicato agli occhi, senza conseguenze gravi. Il giorno precedente una cannonata è esplosa a pochi metri dai militari dell’ONU e in altri due episodi sono stati sparati colpi da circa cento metri di distanza. Circostanze che, secondo fonti militari, rendono difficile pensare a un errore di identificazione dei simboli delle Nazioni Unite.
In Libano operano quasi 1.300 militari italiani, in gran parte appartenenti alla brigata Sassari, già coinvolta nei momenti più tesi dell’offensiva israeliana dell’autunno 2024. In quell’occasione i carri armati israeliani colpirono anche il quartier generale della missione ONU a Naqura, creando momenti di forte tensione tra i contingenti internazionali e le forze dello Stato ebraico.
Il ruolo dell’Italia nella missione Unifil
Oggi la responsabilità italiana è ancora maggiore perché il comando della missione Unifil è affidato all’Italia, guidata dal generale Diodato Abagnara, ufficiale dei bersaglieri con lunga esperienza operativa in Libano. I militari italiani svolgono soprattutto attività di protezione della popolazione civile, sempre più colpita da bombardamenti e scontri armati.
Nei giorni scorsi i blindati Lince hanno scortato gli abitanti di un villaggio cristiano maronita verso la capitale, mentre domenica tre camion di aiuti umanitari sono stati consegnati a un’organizzazione che assiste oltre 13 mila sfollati nella città di Tiro. Il mandato delle Nazioni Unite impone ai caschi blu una stretta neutralità: possono limitarsi a segnalare le violazioni del cessate il fuoco e utilizzare le armi solo per autodifesa, collaborando con l’esercito libanese.
Secondo diversi osservatori militari, proprio questa funzione di testimonianza internazionale rende i caschi blu sgraditi sia alle milizie filoiraniane sia alle forze israeliane. Dopo l’iniziativa di Hezbollah di aprire le ostilità contro Israele, la comunità sciita libanese appare divisa e cresce il timore che il conflitto possa estendersi all’intero Paese dei Cedri, riaprendo le ferite mai del tutto rimarginate della guerra civile.
Per questo, secondo alcuni analisti e comandanti che hanno operato nell’area, la missione Unifil non dovrebbe essere ridimensionata ma rafforzata, magari attraverso una consultazione tra Italia, Spagna e Francia, i principali contributori europei alla missione ONU prevista dalla risoluzione 1701. Una presenza che, oltre a proteggere la popolazione civile, rappresenta anche un tassello della strategia diplomatica italiana nel Mediterraneo orientale.


