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“Non è cambiato nulla”. Trump vuole la resa totale, l’Iran non molla. E’ guerra ad oltranza

Pubblicato: 12/04/2026 11:31

Più che un negoziato, uno scontro frontale tra due linee inconciliabili. Il confronto tra Stati Uniti e Iran sul dossier nucleare e sulla sicurezza regionale resta bloccato su posizioni rigide, senza alcun passo avanti rispetto ai primi tentativi di mediazione avviati a fine febbraio. A distanza di settimane, il quadro appare immutato: Washington chiede una resa totale, Teheran non è disposta a fare concessioni.

Le posizioni di Vance e Ghalibaf

Il vicepresidente americano J.D. Vance ha mantenuto una linea durissima, rifiutando qualsiasi compromesso e chiedendo agli iraniani un vero e proprio azzeramento delle capacità strategiche. Una posizione sostenuta dall’amministrazione di Donald Trump e rafforzata dalle pressioni del governo israeliano.

Dall’altra parte, il presidente del Parlamento iraniano Bagher Ghalibaf ha risposto con altrettanta fermezza, escludendo qualsiasi apertura. Teheran considera le richieste americane inaccettabili e non intende arretrare, nonostante il rischio concreto di un’escalation militare.

Il nodo centrale: il nucleare

Il punto di maggiore attrito resta il programma nucleare iraniano. Gli Stati Uniti chiedono la consegna degli oltre 400 chili di uranio arricchito al 60%, un livello già molto avanzato verso la soglia necessaria per uso militare. Secondo gli esperti, per arrivare al 90% — necessario per la costruzione di un ordigno — potrebbero bastare settimane o pochi mesi.

Per Israele, questa prospettiva rappresenta una minaccia esistenziale. Per l’Iran, invece, è uno strumento di deterrenza fondamentale. Senza un compromesso su questo snodo, qualsiasi ipotesi di accordo appare al momento impraticabile.

Mediazioni fallite e dialogo fermo

Il tentativo di mediazione avviato dall’Oman non ha prodotto risultati concreti. Il ministro degli Esteri omanita aveva cercato di mantenere aperto un canale tra le parti, ma senza ottenere aperture significative da Washington.

Uno scenario analogo si sarebbe ripetuto in Pakistan, dove il confronto diplomatico non ha modificato le rispettive posizioni. Gli osservatori europei parlano di un dialogo “formalmente attivo ma sostanzialmente paralizzato”.

Lo Stretto di Hormuz e il rischio economico globale

A complicare ulteriormente la situazione è la crisi nello Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi energetici mondiali. Le forze iraniane hanno minato la corsia centrale del passaggio marittimo, rallentando il traffico commerciale e imponendo nuove condizioni per il transito.

Teheran ha introdotto un costo aggiuntivo per il passaggio delle petroliere, con un sovraccarico che può arrivare fino a oltre un milione di dollari per le navi più grandi. Una mossa che rischia di avere effetti diretti sui prezzi dell’energia a livello globale.

Le mosse di Trump e le tensioni con Israele

La strategia americana appare oscillante. In un primo momento, Trump sembrava orientato a ipotizzare una gestione condivisa dello Stretto di Hormuz. Successivamente, ha ordinato a unità navali statunitensi di forzare il blocco imposto dall’Iran.

Nel frattempo, l’influenza del governo israeliano resta determinante. Il premier Benjamin Netanyahu continua a sostenere una linea di pressione militare, contribuendo a rendere più difficile qualsiasi apertura negoziale.

Le condizioni iraniane e lo stallo

Teheran ha posto condizioni altrettanto rigide per un eventuale dialogo. Tra queste, la rimozione totale delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti dal 1979 e il riconoscimento dei danni subiti durante le recenti operazioni militari.

Richieste considerate irricevibili da Washington, che non ha mostrato alcuna disponibilità a discuterle. Il risultato è uno stallo completo, in cui entrambe le parti restano ancorate alle proprie posizioni iniziali.

Uno scenario senza sbocchi immediati

Il tentativo di coinvolgere nuovi mediatori non ha finora prodotto risultati. Dopo Oman e Pakistan, si guarda ora a un possibile ruolo più attivo dell’Europa, con il Regno Unito che ha promosso una “coalizione dei volenterosi” per gestire la crisi.

L’obiettivo immediato sarebbe almeno la riapertura dello Stretto di Hormuz e la stabilizzazione della situazione marittima. Ma senza un cambiamento di approccio da parte dei protagonisti principali, il rischio è che il confronto resti congelato, con conseguenze sempre più pesanti sul piano politico ed economico globale.

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