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“Sarebbe già morto”. Garlasco, confessione shock su Stasi: proprio lui!

Pubblicato: 09/05/2026 17:02

Non era previsto. E proprio per questo fa rumore. L’avvocato Ivano Chiesa, volto noto anche per la sua lunga esperienza accanto a Fabrizio Corona, di solito evita di commentare processi che non conosce “dentro” fino all’ultimo dettaglio.
Ma il caso Garlasco è tornato ovunque: tra talk show, social e discussioni da bar. E Chiesa, questa mattina, ha scelto di dire la sua in un video su Instagram. Pochi minuti, tono misurato. Ma con frasi destinate a restare addosso.

Ivano Chiesa interviene sul caso Garlasco e sulla condanna di Alberto Stasi

Un video che riapre la conversazione

Il punto di partenza è una regola non scritta del penalista: non si parla di ciò che non si è studiato fino in fondo. Chiesa lo ribadisce, ma poi apre una parentesi che diventa una presa di posizione netta, agganciandosi all’attualità dell’indagine della Procura di Pavia.
E lo fa con parole che toccano un nervo scoperto: il dubbio. Quello che, nei casi mediatici, spesso viene spinto ai margini in nome di certezze “di pancia”.

“Se si ritiene che ci sia un innocente in carcere, qualunque sforzo è giustificato”

Chiesa spiega perché, stavolta, sente di poter intervenire. E lascia intatta la frase più diretta del suo ragionamento:

“Credo qualcosa di poterla dire. La prima è che se si pensa, se si ritiene, se si sospetta che ci sia un uomo innocente in carcere, qualunque sforzo è giustificato e benvenuto. Quindi l’indagine che sta facendo la Procura di Pavia, se è motivata da questo dubbio, hanno fatto bene a farla e stanno facendo bene a farla”.

In altre parole: se l’obiettivo è capire se c’è stato un errore, allora riaprire, verificare, controllare non è accanimento. È responsabilità.

Il nodo che spacca tutto: il “ragionevole dubbio”

La parte più tecnica del video è anche quella più “esplosiva” sul piano mediatico: secondo Chiesa, se oggi emergono elementi indiziari sottovalutati o letti male, allora la condanna di Alberto Stasi non poggerebbe su fondamenta così granitiche.

Il concetto chiave è uno solo: non basta essere “quasi sicuri”. Nel processo penale conta la soglia massima, quella scritta nel codice.

“La condanna non era al di là di ogni ragionevole dubbio”

Chiesa collega il tema agli eventuali nuovi elementi e alla tenuta complessiva del verdetto:

“Se sono emersi degli elementi indiziari che sono stati sottovalutati o mal valutati all’epoca, vuol dire che la condanna di Alberto Stasi non era fondata su prove così tanto granitiche e quindi non era una condanna al di là di ogni ragionevole dubbio”.

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Subito dopo, chiarisce il significato pratico di quella formula che spesso sentiamo nei titoli, ma che in realtà è una soglia precisa. E lo fa lasciando immutata la citazione:

“Vuol dire che tu non puoi condannare un uomo se hai anche solo un dubbio, perché la legge dice appunto ogni ragionevole dubbio. E quindi viene da pensare che appunto qualche dubbio ci fosse, così come sosteneva il grande avvocato e professore Angelo Giarda, difensore di Alberto Stasi, che dunque aveva ragione”.

Il paragone che gela: la pena di morte

Qui il discorso esce dai tecnicismi e diventa quasi una riflessione di “cultura pop”, nel senso più ampio: come reagiamo, come pubblico, quando un caso ci prende? Quanto ci piace l’idea del colpevole “definitivo”?

Chiesa porta l’esempio estremo per costringere a guardare il punto centrale: gli errori giudiziari, quando sono irreversibili, non si possono aggiustare.

“Pensate se ci fosse stata la pena di morte in Italia”

“Questi casi giudiziari dovrebbero fare riflettere i giustizialisti, cioè quelli che se uno è colpevole ma sia lui, si butta via la chiave, o addirittura quelli che vogliono la pena di morte. Pensate se ci fosse stata la pena di morte in Italia, Alberto Stasi non c’era più. E adesso cosa gli avremmo detto? Sai, scusa, abbiamo sbagliato”.

È una frase dura, senza giri di parole. E proprio per questo mette a fuoco il tema: quando la condanna diventa “fine della storia”, chi paga se la storia cambia?

La domanda finale che lascia il segno

Il video si chiude con una domanda che sembra semplice, ma si allarga a macchia d’olio. Perché Garlasco, al di là dei suoi dettagli e delle sue contraddizioni, è diventato un simbolo: il caso di cui tutti parlano, proprio mentre ci si chiede se tutto sia stato visto nel modo giusto.

E Chiesa, invece di mettere un punto, lascia volutamente i puntini. Con una frase che resta identica, parola per parola:

“Quanti altri Stasi ci sono nascosti in carcere?”

“Quanti casi ci sono di Alberto Stasi, esempio, insomma, quanti casi Garlasco ci sono nascosti, cioè di cui nessuno parla? Quanti Alberto Stasi ci sono in carcere, presuntamente colpevoli e che magari invece sono innocenti perché sono stati condannati non al di là di ogni ragionevole dubbio? Pensateci”.

Una chiusura che non dà risposte immediate. Ma che, in pieno stile social, sposta l’attenzione dove fa più male: sul dubbio, sulla responsabilità e su ciò che resta quando il clamore si spegne.

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Ultimo Aggiornamento: 09/05/2026 18:49

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