
Bisogna aspettare pochi, pochissimi giorni. Giovedì 4 settembre il governo guidato da Giorgia Meloni diventerà il più longevo della storia della Repubblica, con 1413 giorni in carica, superando il secondo governo Berlusconi (11 giugno 2001-23 aprile 2005). Il più corto fu quello del democristiano Fernando Tambroni, in carica per appena 123 giorni, dal 28 marzo al 25 luglio 1960. È un record da festeggiare? Il primato riguarda solo la premier, che ne sarà ovviamente felice, oppure riguarda la Repubblica, e quindi tutti gli italiani? È probabile che i partiti di opposizione ne daranno una lettura puramente tecnica, priva di significati politici. E sarebbe una lettura sbagliata. Perché i governi di breve durata – non solo quelli che furono definiti “balneari” – sono stati storicamente una palla al piede per lo Stato, perché incapaci di trasferire i programmi annunciati in realtà. Non a torto dall’estero l’Italia è stata considerata per decenni debole, inaffidabile. Che oggi governi “ballerini” siano diffusi in Germania, in Gran Bretagna e in Francia, dove tuttavia il sistema politico è presidenziale, non fa che confermare la necessità di guide sicure e durevoli. Poi, nelle democrazie vere, a scadenza si vota. E decidono i cittadini.
Il vero problema italiano, mentre si attende il record – raggiunto peraltro nel contesto internazionale più grave dopo il 1945 – è culturale. Le sinistre che il 25 settembre 2022 persero le elezioni non hanno mai superato lo shock della vittoria di una coalizione di centrodestra guidato per la prima volta da una donna, nonostante fosse ben noto il suo percorso politico. Giovanissima deputata di Alleanza Nazionale nel 2006 fu subito vicepresidente della Camera. Due anni dopo, nel 2008, fu Ministro per la gioventù nel governo Berlusconi. Non proprio una figura marginale.
Eppure, c’è una domanda alla quale una parte consistente della cultura italiana continua ostinatamente a evitare di rispondere: perché Giorgia Meloni? Perché la prima donna arrivata a Palazzo Chigi è una leader di destra? E perché proprio quella destra, descritta per anni come marginale, inesperta e destinata a consumarsi rapidamente, è riuscita a esprimere il governo più stabile della storia repubblicana? È la domanda che attraversa il nuovo libro di Carmelo Briguglio* *Il primato Meloni. La destra, la sinistra e il governo più longevo della Repubblica [Editrice Kimerik, Patti (ME), pp. 496, 2026, € 28,00], con la postfazione di Italo Bocchino. La risposta dell’autore è che Meloni non è caduta dal cielo il 25 settembre 2022. È il punto d’arrivo di una lunga trasformazione politica e culturale: il passaggio dalla destra rimasta ai margini del sistema alla destra di governo, pienamente inserita nelle istituzioni repubblicane, nell’Occidente e nell’Europa. Il suo primato, dunque, non è soltanto cronologico. È politico, istituzionale e culturale. Con Meloni la destra non partecipa semplicemente al governo: per la prima volta lo guida, gli dà un’identità e prova a costruire intorno alla propria visione un nuovo senso comune.
È questo il merito maggiore del lavoro di Briguglio: avere compreso che il melonismo non può essere spiegato attraverso le caricature. Non bastano l’etichetta del populismo, il richiamo automatico al postfascismo o la rappresentazione di un’Italia improvvisamente diventata reazionaria. Occorre studiare la destra, conoscerne la storia, distinguerne le componenti e capire come sia cambiata. Briguglio lo fa dall’interno di quella vicenda, con partecipazione evidente ma anche con gli strumenti di chi ne conosce protagonisti, passaggi, fratture e continuità. Non si limita a raccontare il successo elettorale di Giorgia Meloni, ma lo inserisce nel percorso che ha portato una comunità politica nata e cresciuta all’opposizione ad assumere la responsabilità della guida del Paese.

La destra adulta nata a Fiuggi
Il punto di partenza non può che essere Fiuggi, dove nel 1995, per iniziativa di Gianfranco Fini, si sciolse il Msi-Dn e nacque Alleanza Nazionale. Correttamente Briguglio sottolinea che quella svolta non fu una parentesi tattica, né un travestimento imposto dalle convenienze elettorali. Fu una trasformazione irreversibile: l’ingresso della destra post-missina nella democrazia dell’alternanza, il riconoscimento pieno della Costituzione, la scelta atlantica ed europea, la costruzione di una cultura istituzionale capace di assumersi la responsabilità del governo. Giorgia Meloni appartiene interamente a questa storia. È politicamente figlia di quella svolta, anche quando Briguglio la definisce, con una formula efficace, «figlia di se stessa». Non proviene dalle famiglie del potere, non è stata costruita nei salotti della borghesia romana e non ha ricevuto investiture dall’alto. Ha conquistato ogni passaggio dentro la militanza, il partito e le istituzioni, raccogliendo il patrimonio di una destra che aveva già scelto di diventare repubblicana, occidentale e democratica.
In questa prospettiva, il libro respinge con decisione la teoria della continuità automatica tra fascismo, postfascismo, Movimento Sociale Italiano, Msi-Destra Nazionale, Alleanza nazionale e Fratelli d’Italia. Non per rimuovere il passato, ma per storicizzarlo. La destra che Briguglio racconta non chiede indulgenza e non reclama amnesie: chiede di essere giudicata per ciò che è diventata, per le scelte compiute e per il modo in cui esercita il potere. La critica all’uso dell’antifascismo come strumento permanente di esclusione attraversa molte pagine del volume. Briguglio ne riconosce il valore storico e repubblicano, ma rifiuta che venga trasformato nella proprietà privata di uno schieramento. La Repubblica e la Costituzione appartengono a tutti. La Carta non contiene soltanto la cultura socialista e comunista, ma anche quella cattolica, liberale e conservatrice. Parla di Nazione, Patria, onore e merito: parole che la cultura progressista ha spesso guardato con sospetto e che Meloni ha riportato nel linguaggio politico nazionale.
Il conservatorismo raccontato da Briguglio non è immobilità e neppure nostalgia. È la capacità di trasmettere ciò che si considera essenziale, adattandolo alla modernità. Nazione, Stato, famiglia, maternità, responsabilità e appartenenza comunitaria diventano risposte alla frammentazione sociale e all’individualismo. La destra moderna non rifiuta il cambiamento: pretende di governarlo secondo la propria idea di società. Anche per questo il passaggio dedicato al Piano Mattei assume un valore che va ben oltre la politica estera. La formula «da Faccetta nera a Enrico Mattei», partigiano cattolico, sintetizza una trasformazione culturale profonda: dall’immaginario coloniale alla cooperazione con l’Africa, dal dominio alla relazione tra nazioni, dalla nostalgia imperiale alla difesa moderna dell’interesse italiano. È il segno di una destra capace di rielaborare la propria storia senza rinnegarla e senza restarne prigioniera.
Lo stesso percorso emerge nelle pagine dedicate a Israele e all’antisemitismo. Briguglio richiama il lungo e non semplice lavoro storico compiuto per ricostruire il rapporto tra la destra italiana e il mondo ebraico. La condanna radicale dell’antisemitismo, la difesa del diritto di Israele a esistere e la preoccupazione per la condizione dei palestinesi non sono presentate come posizioni inconciliabili, ma come elementi di una cultura politica matura. Su tutto domina naturalmente la figura di Giorgia Meloni, la prima donna presidente del Consiglio. Per Briguglio è la più evidente nemesi della sinistra italiana. Il simbolo più forte dell’emancipazione femminile nella storia repubblicana è stato prodotto da una cultura conservatrice e non dal movimento progressista. Meloni ha infranto il soffitto di cristallo senza quote, senza una narrazione vittimaria e senza adottare il linguaggio del femminismo organizzato.
La sinistra, secondo l’autore, non ha ancora superato questo trauma politico e psicologico. Aveva immaginato la prima premier come il coronamento della propria storia e si è trovata davanti una donna proveniente dalla destra, cresciuta in un quartiere popolare e diventata leader attraverso la militanza. Il risultato è stato spesso il tentativo di negare il valore simbolico dell’evento, come se la conquista contasse soltanto quando a realizzarla è una donna appartenente al campo progressista. Briguglio rovescia così uno degli stereotipi più resistenti: la destra non appare più come il luogo esclusivo del privilegio e della conservazione sociale, mentre la sinistra non può più considerarsi automaticamente interprete dei ceti popolari. Meloni parla a un’Italia che non si sente rappresentata dalle élite culturali, dalle grandi testate e dai salotti progressisti. Il suo corpo, la sua voce, il suo lessico e la sua biografia diventano essi stessi messaggio politico.
La stabilità come valore politico
L’altro grande asse del libro è la stabilità. Briguglio non la considera soltanto un record da consegnare agli annali, ma una vera categoria politica. Dopo decenni di governi fragili, maggioranze variabili e premier destinati a durare pochi mesi, la continuità dell’esecutivo Meloni modifica la percezione internazionale dell’Italia e restituisce alla politica la possibilità di programmare. La stabilità, sostiene l’autore, produce conseguenze concrete: rafforza la credibilità finanziaria, favorisce gli investimenti, sostiene l’occupazione e rende più autorevole il Paese nei rapporti internazionali. Per questo non dovrebbe essere una bandiera della sola maggioranza, ma diventare un patrimonio comune e il fondamento di regole capaci di assicurare a qualunque coalizione vincitrice il diritto e la responsabilità di governare per un’intera legislatura.
Il governo Meloni viene letto dentro questo orizzonte. Briguglio richiama i risultati sull’occupazione, i conti pubblici, lo spread, l’export e il progressivo riequilibrio finanziario, ma soprattutto insiste sul patrimonio immateriale costruito dalla continuità: la possibilità, per gli interlocutori stranieri, di riconoscere finalmente nell’Italia una guida politica stabile. È nella politica estera che il profilo della premier emerge con maggiore nettezza. La Meloni descritta nel libro è saldamente atlantica, schierata con l’Ucraina e consapevole dell’appartenenza occidentale dell’Italia. Nello stesso tempo difende l’interesse nazionale e mantiene una propria autonomia rispetto agli Stati Uniti. Il rapporto con l’Europa non è quello della ribellione sovranista, ma della partecipazione critica: cambiare l’Unione dall’interno, consolidando il ruolo dell’Italia.
Non a caso Briguglio arriva ad auspicare l’ingresso di Fratelli d’Italia nel Partito popolare europeo. Sarebbe – a suo parere – il compimento continentale del percorso cominciato a Fiuggi: una grande destra italiana, conservatrice, affidabile, capace di costruire un rapporto privilegiato con le principali democrazie europee e di contendere spazio alle formazioni radicali, filorusse e antisistema. In questo disegno si comprende anche la severità verso Roberto Vannacci. Per Briguglio il generale non rappresenta una destra più coerente o più autentica. Rappresenta, al contrario, una deviazione populista priva della storia politica e della cultura istituzionale necessarie a guidare il Paese. Il confronto con quelle posizioni diventa quindi una prova della maturità meloniana: una destra adulta non ha paura di stabilire il proprio confine.
Il libro contiene anche un’esigente dichiarazione d’amore verso la comunità politica della premier. Briguglio chiede a Fratelli d’Italia di allargarsi, formare una classe dirigente sempre più competente, distinguere le funzioni del partito da quelle del governo e accettare la critica intelligente proveniente dallo stesso mondo conservatore. Non è una presa di distanza, ma il riconoscimento della responsabilità storica conquistata: chi guida l’Italia non può più ragionare come una forza assediata all’opposizione. Lo stesso vale per la cultura. Gli intellettuali di destra, ricorda Briguglio, non sono intellettuali “della” destra, subordinati a un apparato o a un ministro. Sono personalità libere, spesso litigiose e difficilmente inquadrabili. Proprio questa indipendenza smentisce la caricatura di una cultura conservatrice militarizzata e obbediente al potere.
La forma del volume, costruito attraverso un saggio iniziale e una lunga sequenza di interventi giornalistici, consente di seguire quasi giorno per giorno la formazione del melonismo. Le ricorrenze tematiche non indeboliscono il disegno, ma lo rendono riconoscibile: Fiuggi, la stabilità, la Costituzione, il rapporto con la sinistra, l’interesse nazionale e la cultura di governo diventano le tessere di un mosaico coerente. Questa è soltanto in apparenza una raccolta di articoli. È una raccolta di pensieri che spiega che cosa sia diventata la destra, perché la sinistra non sia riuscita a interpretarla e in quale modo Giorgia Meloni abbia trasformato una vittoria elettorale in un fenomeno politico più duraturo.
Il primato Meloni è dunque un libro importante perché affronta il governo dalla prospettiva che più è mancata nel dibattito italiano: quella della cultura politica. Briguglio non si limita a raccontare ciò che Meloni ha fatto. Spiega da dove viene, quali idee porta con sé e perché milioni di italiani abbiano riconosciuto in lei non una parentesi, ma una possibile guida. Alla sinistra il volume rivolge un invito difficile da eludere: studiare finalmente la destra, invece di limitarsi a condannarla. Alla destra ricorda che il primato conquistato deve diventare responsabilità, classe dirigente e senso dello Stato. A Giorgia Meloni riconosce il merito storico di avere concluso il viaggio iniziato a Fiuggi: quello che ha portato la destra dalla frontiera della Repubblica al suo centro politico e istituzionale.


