
Lasciare un ruolo che per anni ha rappresentato una parte importante della propria identità professionale non è una scelta semplice. Ancora meno quando quel ruolo è legato a un modo di fare televisione riconoscibile, fatto di inchieste, provocazioni e approcci diretti. Ma arriva un momento in cui il modo in cui si è lavorato fino a quel momento non corrisponde più a ciò che si sente di essere.
Da questa consapevolezza è cominciato un nuovo percorso, lontano dalla ricerca dell’effetto immediato e più vicino alla riflessione, alla complessità e alla dimensione spirituale. Al centro di questa nuova fase c’è una docuserie dedicata a San Francesco d’Assisi, un viaggio attraverso i luoghi e la figura del santo che diventa anche l’occasione per raccontare una trasformazione personale e professionale.
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L’addio alle Iene e il senso di inadeguatezza
Alessandro Sortino ha deciso di lasciare definitivamente lo storico programma di Italia 1 prima dell’estate. Una scelta maturata dopo un periodo nel quale il giornalista aveva iniziato a percepire una distanza crescente rispetto al modo di fare l’inviato che aveva caratterizzato una parte importante della sua carriera.
«Non sono bravo — spiega Sortino — Perché devo costringere Davide Parenti (deus ex machina delle Iene, ndr) ad infinite discussioni quando sono io che non sono capace? Ho liberato Davide da questa pesantezza. Lui è il mio padre televisivo, ci siamo riabbracciati. Ma io sentivo di non essere più capace».
Il rapporto con Davide Parenti, dunque, non viene descritto come una rottura personale. Al contrario, resta il legame con quella che viene definita una figura paterna dal punto di vista televisivo. La scelta nasce piuttosto dalla sensazione di non riconoscersi più pienamente in quel ruolo.
Dopo gli anni trascorsi alle Iene, dal 2000 al 2008, il giornalista aveva continuato a lavorare nel mondo dell’informazione come inviato, autore di inchieste e reportage, prima di tornare nel programma due anni fa. Nel frattempo, però, qualcosa era cambiato.

Il disagio durante un’intervista
Uno degli episodi che meglio raccontano questo cambiamento riguarda un’intervista all’allora sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, finito sotto inchiesta. L’incontro avvenne a Mestre, durante l’accensione dell’albero di Natale.
«Stavo andando a intervistare l’allora sindaco di Venezia, Brugnaro, inquisito. Il quale era a Mestre e stava accendendo l’albero di Natale quando io gli sono andato incontro agguerrito. Si è quasi messo a piangere e io mi sono sentito in difficoltà. Quell’atteggiamento insolente di un tempo, non ce l’avevo più».
Quell’episodio diventa così il punto di partenza per una riflessione più ampia sul mestiere di giornalista televisivo. L’idea di dover essere sempre efficace, diretto e competitivo non sembra più coincidere con il modo in cui il giornalista sente di voler raccontare la realtà.
«Oggi al giornalista televisivo viene chiesto, sempre di più, di essere efficace, il migliore. Io invece sento di essere un “giornalista-marziano” con uno sguardo decentrato. Mi piace la complessità, non la semplificazione».
È proprio la ricerca della complessità a diventare una delle chiavi della nuova fase professionale. Non più soltanto il racconto immediato dell’evento, ma la ricerca di prospettive differenti e di aspetti meno consueti delle storie affrontate.
Il viaggio alla scoperta di San Francesco
Da questa nuova sensibilità nasce il progetto “Francesco per davvero. Indagine sul santo di Assisi”, la docuserie trasmessa da Tv2000. La prima puntata è andata in onda sabato, mentre il racconto proseguirà sabato 3 e 10 ottobre.
Il progetto nasce dall’interesse per la figura di San Francesco d’Assisi, studiata attraverso un viaggio nei luoghi legati alla sua vita. Assisi, Gubbio e altri territori diventano le tappe di un percorso che cerca di proporre una lettura diversa del santo, andando oltre il racconto più tradizionale.
Il punto di vista scelto riguarda in particolare la dimensione femminile presente nella figura di Francesco. Ed è proprio attraverso questo elemento che entra nel racconto suor Daniela, religiosa con un passato decisamente particolare.
Prima di prendere i voti, infatti, suor Daniela era stata portiere di calcio in una squadra di buon livello nell’Agrigentino. Una passione che, secondo il racconto, non avrebbe abbandonato del tutto: «e ancora oggi se la chiami quando gioca l’Inter non ti risponde».

Suor Daniela e la fraternità al femminile
Suor Daniela ha co-fondato a Gubbio l’ordine religioso delle Sorelle del Piccolo Testamento di San Francesco. Le religiose vivono ancora nel convento che aveva ospitato le prime stagioni della fiction “Don Matteo”.
L’incontro con lei diventa centrale nella costruzione della docuserie. Attraverso il suo racconto emerge un aspetto particolare della spiritualità francescana: il rapporto con l’accoglienza e con una dimensione che richiama quella materna.
È suor Daniela a spiegare che Francesco arrivava a dire alle persone «ti voglio bene come una madre». Da qui prende forma una lettura nella quale l’accoglienza diventa una delle caratteristiche fondamentali del santo.
Anche la vicenda familiare di Francesco viene riletta attraverso questa prospettiva. Quando il giovane decide di rinunciare ai propri beni, «il padre lo fa arrestare, la madre lo libera perché possa seguire la sua strada».
Il racconto della religiosa permette così di osservare la figura di San Francesco da un’angolazione differente, mettendo al centro il rapporto con gli altri, la cura e la capacità di accogliere.
La nuova identità professionale
Il viaggio nella storia di Francesco diventa infine anche un viaggio personale. Per Alessandro Sortino, raccontare il santo significa confrontarsi con un modo diverso di intendere la propria identità e il proprio lavoro.
«Ho capito che c’è un modo di essere chiesa al femminile da ascoltare — riflette il giornalista — Il modo di stare insieme delle donne realizza l’aspirazione alla vera fraternità, cosa che gli uomini fissati col potere non riescono a fare».
La riflessione non riguarda però soltanto la religione. Nel percorso compiuto attraverso la figura di Francesco, il giornalista riconosce anche la necessità di liberarsi di un’immagine professionale costruita nel tempo.
Il riferimento è alla “divisa” del giornalista arrembante, quella che aveva caratterizzato il modo di affrontare inchieste e interviste. Il viaggio francescano diventa così l’occasione per abbandonare quella maschera e cercare una maniera più autentica di raccontare.
La nuova docuserie rappresenta quindi un passaggio significativo: dalla televisione delle inchieste e dell’impatto immediato a un racconto costruito sulla fede, sulla complessità e sull’ascolto. Un cambiamento professionale che coincide con una riflessione personale e con la volontà di trovare, attraverso la storia di San Francesco, un modo diverso di stare davanti alle persone e alle storie da raccontare.


