
Quando gli ingranaggi di un’inchiesta giudiziaria sembrano essersi inesorabilmente inceppati tra perizie rinviate ed estenuanti cavilli burocratici, la ricerca della verità trasforma il dolore dei superstiti in una battaglia solitaria contro il tempo che scorre. Tra svolte investigative poi smentite, teorie scientifiche diametralmente opposte ed esami autoptici di fondamentale rilevanza, l’enigma di una scomparsa tragica continua a rimanere del tutto privo di una risposta definitiva. Con il passare inesorabile delle stagioni, la fiducia nelle istituzioni cede lentamente il passo al disincanto, mentre i congiunti combattono la propria personale battaglia affinché il silenzio della burocrazia non sepellisca la memoria della propria cara.
La complessa vicenda giudiziaria legata alla drammatica morte di Liliana Resinovich, la sessantatreenne il cui decesso fu inizialmente archiviato come presunto gesto volontario per poi essere derubricato in omicidio volontario a seguito delle verifiche condotte dall’anatomopatologa forense Cristina Cattaneo, continua a registrare un sostanziale e stancante stallo. L’unico iscritto nel registro degli indagati per il delitto rimane il marito della vittima, Sebastiano Visintin. Nel corso delle indagini si era rivelata fondamentale la deposizione fornita da un amico intimo della donna, Claudio Sterpin, da sempre convinto che l’uomo conoscesse i segreti del delitto; tuttavia, Sterpin è venuto a mancare nel febbraio del 2026.
I familiari della vittima attendono con forte apprensione il deposito delle nuove analisi scientifiche sui reperti — tra cui i sacchi della spazzatura, gli indumenti e i coltelli —, la cui data di consegna è stata posticipata all’8 ottobre. Un prolungamento dei tempi che ha scatenato la profonda amarezza del fratello della donna, Sergio Resinovich.
Le parole di Silvia Radin e l’attesa per l’incidente probatorio
Sulla medesima linea si colloca la posizione della cugina, Silvia Radin, la quale si dichiara pronta a rendere deposizione in sede di incidente probatorio: «Ho detto le stesse cose dall’inizio di questa storia e non ho problemi a ribadirle anche in sede di incidente probatorio. Speriamo di dare una spinta alle indagini, nel frattempo siamo in attesa del deposito dell’8 di ottobre, vedremo cosa succede. Sono passati 5 anni ormai, purtroppo siamo tutti un po’ più anziani, per questo vorrei poter rilasciare la mia testimonianza. Al momento non sappiamo neppure se e quando ci sarà un processo, il tempo passa per tutti e purtroppo noi crediamo molto meno nella giustizia dopo tutto quello che ci è successo in questi anni».
La donna ribadisce la propria determinazione pur consapevole delle lungaggini processuali: «Risponderò a qualsiasi domanda mi faranno, non ho problemi a ricostruire quella che è stata la vita di mia cugina. Se ci sarà un rinvio a giudizio? coi tempi biblici che abbiamo, un eventuale processo sarà l’eredità che lascerò a mia figlia. Al momento non so, ho qualche progetto ancora da realizzare, immaginare di trascorrere gli ultimi anni in Tribunale è davvero brutto. Purtroppo con i tempi della giustizia, sono preparata a tutto».
Sul legame con il marito della cugina, Silvia Radin è perentoria: «Non ne ho alcun motivo per come si è comportato prima e dopo la morte di mia cugina. Ci legava Liliana, ora lei non c’è più e ci sono delle indagini sulla sua morte, non c’è più nulla che mi lega a Sebastiano. Sono dell’idea che abbia depistato le ricerche e le indagini dal primo giorno, non posso tenermi in contatto con una persona così, senza contare le bugie, le incongruenze e anche le falsità sul nostro conto dette in questi anni». La cugina si dice infine legata unicamente al parente superstite: «Io e mio cugino Sergio siamo gli unici rimasti. Non ci sono altri parenti e dopo quello che è successo a Liliana, abbiamo legato molto. Ci vediamo spesso, perché ormai siamo solo noi. È brutto constatare che da quell’evento terribile sono passati 5 anni senza che nulla akcadesse. Come me, Sergio ha i suoi acciacchi. È molto amareggiato per l’ennesimo rinvio sulle analisi dei reperti, ormai non crediamo più nella giustizia. Speriamo sempre di poterci ricredere».


