
Tra pochi giorni in Israele sarà ricordata la strage perpetrata da Hamas all’alba del 7 ottobre 2023. Le milizie dell’organizzazione terroristica attaccarono il festival musicale Supernova, che si stava svolgendo vicino al kibbutz Re’im, confinante con la Striscia di Gaza, pochi giorni dopo lo Yom Kippur, la solennità più santa del calendario ebraico.
L’anniversario della strage cade in un clima teso. Il prossimo 27 ottobre si svolgeranno le elezioni parlamentari e la campagna elettorale è entrata nel vivo. Anche a causa del sistema elettorale israeliano rigorosamente proporzionale ogni previsione sui risultati è solo fantasia. Certo è che il premier Benjamin Netanyahu ce la sta mettendo tutta per tornare a guidare il governo, con l’appoggio dei piccoli ma combattivi partiti che rappresentano i coloni estremisti e gli ebrei “messianici”. Netanyahu ha governato per 28 anni. Se vincesse sarebbero 32. Visti da lontano forse troppi per una democrazia. Ma la scelta dipende solo dagli elettori israeliani, che siano ebrei, cristiani, drusi o islamici. Dall’esterno si può solo osservare, sperando che chiunque vinca sia capace di costruire un percorso che contribuisca a riportare la pace in Medio Oriente.
Sulla campagna elettorale da giorni pesa il sospetto che Netanyahu abbia una grave responsabilità per la strage del 7 ottobre. In realtà si cominciò a dubitare subito. Come sia stato possibile – ci si è chiesto in po’ in tutto il mondo – che i servizi segreti israeliani non abbiano saputo prevenire la strage? Il Mossad e lo Shin Bet (il primo per l’estero, il secondo per l’interno) sono noti da sempre per la loro efficienza. Eppure…
Il premier è stato criticato per non aver immediatamente dato disposizioni alle forze armate. Passati quasi tre anni, fonti attendibili cominciano a parlare. Secondo il “Wall Street Journal” il capo dell’intelligence egiziana Abbas Kamel avrebbe telefonato a Netanyahu nei primi giorni di ottobre per avvertirlo di una offensiva imminente di Hamas. Altre fonti assicurano che il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, avrebbe chiamato Netanyahu nel settembre 2023 per avvertirlo di segnali di un attacco di Hamas.
Ovviamente Netanyahu nega. Ma il dubbio sulla sottovalutazione degli avvertimenti è legittimo. Come fu legittimo cinquant’anni fa. In fondo Hamas non ha fatto che “celebrare” un anniversario storico. Siamo al 6 ottobre del 1973. Allora lo Yom Kippur – secondo il calendario ebraico – era in corso. Capo del governo israeliano era la laburista Golda Meir, la “leonessa”. Egitto e Siria attaccarono Israele dal Nord e dal Sud. Quella che è passata alla storia come guerra del Kippur fu vinta da Israele in poche settimane, ma le vittime furono moltissime e a Golda si rimproverò di non aver ordinato un attacco preventivo, nonostante quello arabo fosse considerato imminente.
I servizi segreti furono incaricati – pochi mesi dopo – di svolgere un’inchiesta e la premier fu giudicata non colpevole perché, se avesse attaccato prima dell’effettiva offensiva araba, Israele avrebbe dovuto rinunciare all’aiuto decisivo degli Stati Uniti. Ma l’inchiesta non placò le polemiche politiche. Molto provata, la Meir decise di dimettersi il 3 giugno 1974, lasciando la politica attiva. Yitzhak Rabin diventò premier. Il 4 novembre 1995, nel suo secondo mandato, prese parte a un comizio in difesa della pace in quella che allora si chiamava Piazza dei Re d’Israele e ora porta il suo nome. Quel giorno fu ucciso dal fanatico religioso Ygal Amir.
Complessa la storia di Israele, molto complessa. Ma è bene conoscerla prima di giudicare. E comunque Karl Marx sbagliò sostenendo che “la storia si ripete due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa”. In Medio Oriente, e non solo, la storia si ripete anche in tragedia.


