
Massimo D’Alema ripercorre una vita politica cominciata quando era ancora bambino e intrecciata per decenni alla storia del Partito comunista italiano. Nell’intervista ad Aldo Cazzullo pubblicata dal Corriere della Sera, in occasione dell’uscita del suo libro autobiografico Eravamo comunisti, edito da Feltrinelli, l’ex presidente del Consiglio torna sui ricordi familiari, sulle piazze del Sessantotto, sui rapporti con Berlinguer, Sofri, Craxi e Veltroni, fino agli incontri internazionali con Fidel Castro.
Alle origini, racconta D’Alema, c’è una storia familiare segnata dalla guerra, dal fascismo e dalla Resistenza. Suo padre Giuseppe fu partigiano e dirigente comunista, mentre uno zio venne deportato a Mauthausen. «Fu una sliding door», dice ricordando la morte sul Piave dello zio Antonio, nazionalista e forse destinato, secondo lui, a diventare fascista. «Se non fosse morto, forse la vita di papà sarebbe stata diversa, e anche la mia». Un’infanzia vissuta dentro una precisa cultura politica, che lo portò già a sei anni nei Pionieri e persino a incontrare Togliatti per chiedere una sede.

L’adolescenza coincide invece con la stagione della contestazione. A Pisa, alla Normale, D’Alema si ritrovò nel pieno degli scontri politici e racconta di aver preso più volte le manganellate della polizia. «La prima grande manifestazione a Pisa fu all’inizio del ’68. La polizia ci caricò brutalmente, presi un sacco di manganellate». In quegli anni arrivò anche una coltellata da un fascista, che gli ferì una mano. «Il sangue che zampillava spaventò più lui di me. Gli dissi: questa roba non conviene a nessuno». E nella sua memoria resta anche la notte della Bussola, a Capodanno del 1969, quando i carabinieri spararono durante gli scontri e Soriano Ceccanti rimase paralizzato.
Dentro quella stagione D’Alema attraversò anche il rapporto, non sempre semplice, tra Pci e movimento studentesco. Racconta l’influenza di Adriano Sofri, che definisce «affascinante» e dotato di «una forte carica di vitalismo», ma anche gli incontri con i vecchi dirigenti comunisti, talvolta tutt’altro che indulgenti verso i giovani. Emblematico l’episodio con Willy Schiapparelli, combattente della guerra di Spagna e della Resistenza, che vedendolo arrivare con capelli lunghi ed eskimo gli disse senza troppi giri di parole: «Voi studenti siete tutti teste di cazzo». Un mondo politico duro, fatto di appartenenze profonde, scontri e disciplina.
Poi arrivò Enrico Berlinguer, figura centrale nella formazione politica di D’Alema. Fu lui a comunicargli che sarebbe diventato segretario della Fgci. Alla risposta di D’Alema, che preferiva restare a Pisa, Berlinguer replicò: «No, forse non hai capito. Abbiamo deciso che farai il segretario della Fgci». D’Alema lo descrive come «un uomo di una fermezza assoluta», capace di unire decisione e gentilezza. E racconta anche una delle sue gaffe più celebri: una telefonata mattutina nella quale, non avendo riconosciuto Berlinguer, gli disse: «Io sarei D’Alema e ho anche da fare». La risposta arrivò secca: «Io sarei Berlinguer. E anche io, dopo, avrei da fare».
Con Berlinguer arrivò anche uno dei passaggi più delicati della storia del Pci. D’Alema torna sul referendum sulla scala mobile e sul conflitto con Bettino Craxi, sostenendo che la strategia di Berlinguer fosse soprattutto politica: usare il referendum per mettere in difficoltà il governo socialista. Secondo D’Alema, proprio dallo scontro tra Berlinguer e Craxi nacque una frattura destinata a pesare sulla sinistra italiana. Eppure, dice, sarebbe sbagliato considerare Berlinguer ostile alla modernità: «Pose la questione dell’ambiente, delle donne, del rapporto tra l’innovazione tecnologica e l’umano. Tutti temi carichi di futuro».
La morte di Berlinguer resta uno dei ricordi più dolorosi. D’Alema era a Lecce quando ricevette la telefonata di Achille Occhetto: non c’era più nulla da fare. Durante il viaggio verso Bari si fermò lungo la strada e scoppiò a piangere. «Mi fermai, accostai lungo il guard-rail, e scoppiai a piangere». Poco dopo sarebbe arrivata un’altra tragedia, la morte di Giusi Del Mugnaio, sua compagna, in un incidente stradale. «Rimasi in silenzio, stordito, senza respiro, distrutto». In quel periodo il partito, racconta, gli fu vicino, mentre il viaggio in Nicaragua contribuì a restituirgli energie dopo aver perso quindici chili.
La sua carriera lo portò poi ai vertici della politica italiana e agli incontri con alcuni dei protagonisti della storia internazionale. A Cuba rivide Fidel Castro nel 2000, quando era presidente del Consiglio. Il leader cubano lo riconobbe e lo salutò così: «Torna a Cuba, compañero D’Alema! Venne una volta quando era un giovane comunista. Ora non è più comunista, ma è sempre giovane». I due discussero animatamente del Kosovo. D’Alema racconta anche le missioni clandestine nella Spagna franchista, il viaggio a Praga nel 1968 e l’esperienza in Nicaragua: episodi che restituiscono la dimensione internazionale della militanza comunista.
Oggi, ripensando a quella lunga stagione, D’Alema rivendica la complessità dei rapporti politici e umani costruiti nel tempo. Parla dell’amicizia con Walter Veltroni, nonostante i contrasti politici, e racconta il passaggio dalla fine del Pci alla svolta di Occhetto, alla quale dice di aver contribuito senza voler «sgretolare la nostra comunità». Ma il filo più personale del racconto resta quello degli affetti: dalle donne della sua vita alla moglie Linda, fino ai figli. Una memoria politica e privata che, nelle pagine di Eravamo comunisti, diventa anche il ritratto di un’Italia ormai lontana, raccontata da chi l’ha attraversata in prima persona.


