
«Ho un mio socio d’affari che certamente non è vannacciano. Ma dall’agosto del 2023 abbiamo seguito Roberto Vannacci, che era una roba che faceva fare ascolti». Giuseppe Cruciani non usa giri di parole e, alla Festa dell’Ottimismo organizzata dal quotidiano Il Foglio, racconta senza troppi filtri i meccanismi che regolano il mondo dei talk show. Intervistato da Mariarosa Mancuso, il giornalista e conduttore radiofonico spiega perché il generale sia diventato per lungo tempo una presenza centrale nel dibattito televisivo e mediatico: non necessariamente per condividere le sue idee, ma perché garantiva ascolti e alimentava lo scontro.
Il ragionamento di Cruciani parte da una premessa che suona come una doccia fredda per chi considera i programmi di approfondimento uno strumento per comprendere la realtà. «Il talk serve a fare quattrini, l’unico obiettivo è fare lo share», afferma il conduttore della Zanzara, su Radio 24. E rincara la dose: «Quando vedete un talk dovete disilludervi dall’idea che vogliano spiegarvi qualcosa». Una dichiarazione che mette al centro il rapporto tra informazione, intrattenimento e logiche commerciali, con il consenso del pubblico a dettare spesso le regole della programmazione.

È in questo contesto che si inserisce il caso di Roberto Vannacci, diventato negli ultimi anni uno dei personaggi più divisivi della scena pubblica italiana. Le sue posizioni controverse, le provocazioni e le proposte giudicate da molti radicali hanno alimentato un confronto costante, offrendo ai programmi televisivi un tema capace di attirare spettatori e generare polemiche. «Le sue proposte, in alcuni casi strampalate e shock, fanno ascolto e creano divisioni», osserva Cruciani, riconoscendo che la sovraesposizione mediatica ha contribuito indirettamente anche alla crescita della notorietà del generale.
Il conduttore rivendica una lettura pragmatica del lavoro televisivo, senza nascondere le contraddizioni che ne derivano. «Un conduttore di talk show non si pone temi etici, costruisce ogni blocco per capire soluzione migliore per arrivare all’obiettivo», sostiene. L’obiettivo, in questa logica, è conquistare pubblico e mantenere alta l’attenzione, anche attraverso personaggi e argomenti capaci di dividere l’opinione pubblica. Una strategia che, secondo Cruciani, non riguarda soltanto una singola trasmissione, ma un meccanismo più ampio dell’informazione televisiva.
Poi arriva la stoccata alla politica. Secondo il giornalista, negli ambienti del centrodestra ci sarebbe chi attribuisce ai media una parte della responsabilità per l’ascesa di Vannacci. «Quelli del centrodestra nelle segrete stanze danno colpa ai giornalisti di ciò, ma che dobbiamo fare? Era un’operazione che conveniva a tutti», afferma. Il ragionamento è netto: se un personaggio garantisce visibilità, il sistema mediatico tende a concedergli spazio, mentre la politica può beneficiare della sua capacità di catalizzare l’attenzione. Media e politica, in questa dinamica, finiscono così per alimentarsi a vicenda.
Ma Cruciani non si limita a parlare di ascolti e strategie televisive. Nel corso dell’intervista affronta anche il possibile futuro politico del generale, dichiarando di aver auspicato un ticket tra Giorgia Meloni e Roberto Vannacci in funzione anti-sinistra. Una prospettiva che, nella sua visione, potrebbe intercettare una parte dell’elettorato attratto dalle posizioni del generale senza disperdere i consensi nell’area del centrodestra. Cruciani si dice inoltre convinto che molti elettori di Vannacci non vogliano necessariamente una corsa autonoma, ma preferiscano un’intesa con le forze della coalizione.
Il giornalista critica anche le polemiche legate all’antifascismo e al dibattito sulle idee del generale. «Trovo che la roba antifascista contro di lui ridicola», afferma, esprimendo una posizione che si inserisce nel confronto, spesso acceso, sull’identità politica di Vannacci e sul suo rapporto con la destra italiana. Il tema resta controverso e continua a dividere tanto il mondo politico quanto quello dell’informazione, soprattutto quando le dichiarazioni pubbliche si trasformano in occasioni di scontro televisivo.
Quanto alle proprie scelte elettorali, Cruciani rivendica una storia personale non rigidamente legata a un solo schieramento. «Io ho votato tante cose, anche a sinistra e Renzi», ricorda, prima di chiarire quale sarebbe oggi il suo orientamento nel caso in cui Vannacci decidesse di non allearsi con il centrodestra. La risposta è esplicita: «Credo che alla fine se Vannacci non andrà con la destra voterò centrodestra, e non lui». Una precisazione che distingue il giudizio sulle posizioni del generale dalla scelta concreta di voto.
Le parole di Cruciani riaccendono così il dibattito sul ruolo dei talk show nella costruzione della notorietà politica e sulla responsabilità dei media nel dare visibilità ai personaggi più divisivi. Da una parte c’è la necessità di conquistare ascolti, dall’altra il rischio che la ricerca della polemica finisca per amplificare messaggi controversi e trasformare il confronto pubblico in uno spettacolo permanente. La confessione del conduttore della Zanzara mette a nudo proprio questa tensione: nel mercato televisivo, la capacità di far discutere può diventare una risorsa politica, anche quando chi offre quella visibilità dichiara di farlo soprattutto per una questione di audience.


