
Al Pianeta Terra Festival di Lucca, Marco Camisani Calzolari ha posto una domanda provocatoria per arrivare a una questione molto concreta: chi guiderà le macchine quando saranno capaci non solo di rispondere, ma anche di agire? Il Cyberumanesimo da lui teorizzato offre una bussola per affrontare scuola, lavoro, diritti e autonomia tecnologica europea.
Domenica 11 ottobre 2026, nella splendida cornice dell’Orto Botanico di Lucca, Marco Camisani Calzolari ha aperto il suo intervento al Pianeta Terra Festival con una domanda capace di catturare immediatamente l’attenzione: «L’intelligenza artificiale ci ucciderà tutti?».
È una formula provocatoria, ma il cuore dell’incontro non era una previsione apocalittica. Era il tentativo di capire che cosa stiamo affidando ai sistemi intelligenti e quali decisioni dobbiamo continuare a prendere noi.
La risposta alla domanda iniziale, alla fine, è no. Non esiste un destino già scritto in cui una tecnologia prende inevitabilmente il controllo delle nostre vite. Esiste, però, il rischio assai più concreto di delegarle scelte senza aver stabilito chi ne risponde, quali limiti deve rispettare e quali interessi è chiamata a servire.
È qui che le parole pronunciate a Lucca incontrano il Cyberumanesimo, la proposta filosofica che Camisani Calzolari ha definito e sviluppato negli anni: usare la potenza della tecnologia mantenendo l’essere umano al centro delle decisioni. Una posizione che richiede conoscenza tecnica, responsabilità ed etica, da parte di chi costruisce i sistemi come di chi li usa. E non siamo affatto sicuri che il sistema delle IA, nel pieno della sua esplosione, intenda rispettare questo schema.
Il salto decisivo: dall’IA che risponde all’IA che agisce
Per molto tempo abbiamo incontrato l’intelligenza artificiale soprattutto sotto forma di suggerimenti: un risultato di ricerca, una traduzione, una raccomandazione, una risposta generata a una domanda. Oggi il passaggio più delicato riguarda sistemi ai quali possiamo affidare anche una sequenza di azioni: cercare informazioni, selezionarle, compilare documenti, comunicare con altri servizi, eseguire operazioni.
Questa capacità può far risparmiare tempo e ampliare ciò che una persona riesce a fare. Cambia però la natura dell’errore. Una risposta inesatta può essere letta, riconosciuta e corretta; un’azione eseguita automaticamente può aver già prodotto conseguenze quando qualcuno si accorge che la premessa era sbagliata.
Nel suo intervento, Camisani Calzolari ha insistito su una distinzione fondamentale: la fluidità con cui un modello formula una risposta non equivale alla comprensione umana del problema. I sistemi generativi individuano relazioni nei dati e producono risultati sulla base del loro funzionamento statistico. Possono essere straordinariamente utili, ma non acquisiscono per questo coscienza, prudenza o responsabilità morale.
Più autonomia concediamo a questi strumenti, più diventano importanti le domande che precedono il loro impiego: quali obiettivi gli abbiamo assegnato? Con quali dati lavorano? Quando devono fermarsi e chiedere una decisione umana? Chi può verificare ciò che hanno fatto?
L’efficienza di un errore
Il problema non è soltanto che un sistema possa sbagliare. È che possa farlo su scala industriale. Un caso discusso nel dibattito internazionale riguarda l’assicurazione sanitaria statunitense Cigna. Un’inchiesta di ProPublica ha descritto un sistema che permetteva di respingere un numero elevatissimo di richieste di rimborso in tempi molto rapidi. L’azienda ha contestato la ricostruzione di alcuni aspetti del processo. Al di là della controversia, il caso mostra perché velocità ed efficienza non bastino a giudicare uno strumento impiegato in decisioni che incidono sulla vita delle persone: conta anche la possibilità di comprendere, contestare e correggere il risultato.
Lo stesso principio vale in ambiti molto diversi, dalla selezione del personale al credito, fino agli impieghi militari. La questione non si risolve immaginando una macchina «buona» o «cattiva». Occorre guardare alle procedure nelle quali viene inserita e agli incentivi di chi la controlla. Se l’unico obiettivo è decidere più in fretta o spendere meno, gli errori rischiano di diventare più rapidi e meno visibili.
Cyberumanesimo: la rotta deve restare nelle nostre mani
Camisani Calzolari si è definito a Lucca un cyberumanista, distinguendo esplicitamente questa posizione dal transumanesimo. La tecnologia, nel suo ragionamento, deve accrescere le possibilità delle persone e migliorare la vita collettiva. Non deve trasformarsi nel soggetto al quale consegniamo il potere di scegliere al nostro posto. Per chi lo conosce, non è una definizione nuova: MCC da anni sta costruendo un prezioso percorso di contenuti, di straordinaria immediatezza e comprensibilità, che merita di essere portato all’attenzione di un pubblico sempre più ampio.
Non è quindi un’etichetta aggiunta a posteriori al suo intervento. Camisani Calzolari ha formulato il Cyberumanesimo come proposta filosofica e lo ha sviluppato pubblicamente, anche nel suo libro del 2024. Nella pagina dedicata alla sua filosofia richiama il significato originario di cyber, legato all’idea del timoniere: la tecnologia può diventare sempre più potente, ma «la rotta la decidiamo noi».
Questa immagine dà un ordine alle molte questioni affrontate a Lucca. L’essere umano non rimane al centro perché preme formalmente un pulsante alla fine di una procedura che non comprende. Rimane al centro se può conoscere gli obiettivi del sistema, intervenire sulle sue scelte, rifiutarne l’uso quando è inappropriato e chiamare qualcuno a rispondere delle conseguenze.
Il Cyberumanesimo, dunque, non è nostalgia di un mondo senza macchine. Chiede di progettare e usare macchine migliori, senza confondere una capacità di calcolo con il giudizio umano. La tecnica può assistere un medico, un insegnante, un lavoratore o un amministratore pubblico. La responsabilità verso le persone coinvolte, però, non può essere trasferita a un modello.
Chi istruisce i modelli? E con quali dati?
Per tenere davvero il timone bisogna sapere anche come i sistemi di Intelligenza Artificiale vengono costruiti. Un modello impara da grandi quantità di contenuti e dalle scelte compiute durante il suo sviluppo: quali dati includere, come valutarne la qualità, quali comportamenti premiare, quali risposte limitare.
Sono decisioni umane, spesso prese lontano dagli utenti finali. Nei dati possono entrare errori, pregiudizi e squilibri della società. Possono esserci opere utilizzate senza un consenso adeguato, informazioni personali o contenuti la cui provenienza è difficile da ricostruire. E, quando il materiale prodotto dalle IA torna a riempire la rete, diventa ancora più importante distinguere le fonti affidabili da quelle generate automaticamente. La ricerca ha già studiato il rischio che un addestramento indiscriminato su contenuti sintetici impoverisca progressivamente i modelli.
Dire che l’intelligenza artificiale deve essere istruita con coscienza ed etica significa affrontare queste scelte prima che il prodotto arrivi nelle mani del pubblico. Significa anche pretendere chiarezza sui limiti dello strumento e offrire agli utenti gli strumenti per usarlo senza rinunciare alla propria capacità critica.
L’Europa non può limitarsi a scrivere le regole
C’è poi una questione politica e industriale che Camisani Calzolari ha posto con forza: il divario tecnologico dell’Europa rispetto agli Stati Uniti e alla Cina. Se i modelli più avanzati, le infrastrutture di calcolo e le piattaforme attraverso cui milioni di persone accedono all’IA sono sviluppati altrove, l’Europa rischia di incidere sulle regole d’uso senza avere abbastanza peso sulle scelte tecniche che vengono prima.
Regolare è indispensabile. Ma per poter decidere davvero servono anche ricerca, competenze, imprese capaci di crescere, potenza di calcolo e investimenti. È il motivo per cui la Commissione europea ha affiancato al proprio quadro normativo iniziative per sviluppare un ecosistema industriale dell’intelligenza artificiale.
Non si tratta di inseguire una gara di prestigio tra continenti. La dipendenza tecnologica ha effetti concreti: riguarda dove finiscono i dati, chi può modificare un servizio essenziale, quali costi pagano imprese e amministrazioni e quanto margine resta a una democrazia per far rispettare le proprie decisioni.
Anche l’impatto materiale dell’IA merita attenzione. I centri dati richiedono energia, acqua, componenti e reti. Discutere di autonomia tecnologica significa perciò chiedersi non solo quali sistemi vogliamo sviluppare, ma anche con quali risorse e a quali condizioni ambientali.
Scuola e lavoro: il primo gradino da non perdere
Il confronto diventa immediato quando entra in classe. Se uno studente può ottenere in pochi secondi un tema, una traduzione o la soluzione di un esercizio, il problema non è più stabilire se l’IA esista: esiste già. La domanda è quale apprendimento vogliamo conservare e rafforzare.
Un elaborato perfetto non dimostra, da solo, che chi lo consegna abbia capito l’argomento. Bisogna dare più spazio al percorso: saper formulare una domanda, controllare una fonte, riconoscere un errore, spiegare perché si è scelta una risposta. Sono proprio le capacità che permettono di usare l’IA come aiuto senza diventarne dipendenti.
Nel lavoro si presenta un rischio simile. Affidare alle macchine le attività ripetitive può liberare tempo. Se però scompaiono tutti i compiti attraverso i quali un giovane impara un mestiere, rischiamo di eliminare anche il primo gradino della formazione professionale. L’obiettivo non dovrebbe essere semplicemente sostituire una persona con un sistema più veloce, ma capire come la tecnologia possa renderla più capace.
Qui il Cyberumanesimo smette di essere un principio astratto. Si misura nella qualità di un’aula, di un ufficio e di un’organizzazione: le persone stanno imparando a governare gli strumenti che usano, oppure stanno perdendo la possibilità di comprenderli?
Regole etiche significa poter intervenire davvero
Una regolamentazione efficace non può esaurirsi in una dichiarazione di buone intenzioni. Deve rendere possibile sapere quando viene usato un sistema di IA, valutarne i rischi, verificare le decisioni importanti e individuare chi ne è responsabile. Nell’Unione europea, l’AI Act prova a graduare gli obblighi secondo il rischio dei diversi impieghi.
Il punto decisivo, tuttavia, è tradurre quei principi nelle pratiche. Un controllo umano è reale soltanto se la persona incaricata ha tempo, informazioni e autorità per dire di no. Altrimenti diventa una firma apposta su una scelta già presa dalla macchina.
Vale per un rimborso sanitario e per una selezione lavorativa. Vale anche per la sfera pubblica, dove sistemi capaci di produrre enormi quantità di contenuti possono alterare il dibattito e rendere più difficile distinguere una discussione autentica da una manipolazione organizzata. La difesa della democrazia richiede cittadini informati, istituzioni competenti e piattaforme chiamate a rispondere dei propri effetti.
La risposta alla domanda di Marco Camisani Calzolari a Lucca
L’intelligenza artificiale ci ucciderà tutti? Certo che no. Trattarla come una minaccia inevitabile sarebbe una scorciatoia quanto considerarla una soluzione automatica a ogni problema.
L’intervento di Camisani Calzolari invita a prendere sul serio una possibilità più impegnativa: studiare la tecnologia dell’IA, svilupparla anche in Europa, fissarle limiti verificabili e insegnare alle persone a usarla senza rinunciare al proprio giudizio. È la direzione indicata dal suo Cyberumanesimo.
Possiamo chiedere molto all’intelligenza artificiale. Possiamo lasciare che ci aiuti a conoscere, creare, curare e lavorare meglio. Ma la rotta, e la responsabilità delle scelte, devono restare nostre. Non può essere lei a dominarci.
Per approfondire
- Marco Camisani Calzolari, Cyberumanesimo: filosofia e manifesto.
- Pianeta Terra Festival.
- ProPublica, inchiesta sul sistema di valutazione dei rimborsi sanitari di Cigna.
- Nature, ricerca sul rischio di «model collapse» nell’addestramento su dati generati dall’IA.
- Commissione europea, quadro normativo europeo sull’intelligenza artificiale.
- Commissione europea, AI Continent Action Plan.
- International Energy Agency, Energy and AI.


