
Da Mosca a Kyiv, il Papa intensifica gli sforzi per proteggere i civili intrappolati nella guerra. Dopo il colloquio con Vladimir Putin, il Pontefice ha parlato con Volodymyr Zelensky, tornando a chiedere un intervento urgente per la popolazione di Oleshky, nella regione ucraina di Kherson. Qui centinaia di famiglie vivono in condizioni drammatiche, senza servizi essenziali e con le vie di fuga bloccate. L’obiettivo è consentire l’ingresso di aiuti alimentari e sanitari e garantire un’evacuazione volontaria e sicura dei civili. Un appello che chiama in causa entrambe le parti e conferma la volontà della Santa Sede di tenere aperto uno spiraglio di dialogo in un conflitto che continua a devastare l’Europa.
Il doppio appello di Leone XIV. Prima Mosca, poi Kyiv: in pochi giorni il telefono del Papa è diventato uno strumento concreto per tentare di alleviare le sofferenze della popolazione ucraina. Dopo aver contattato Putin venerdì 16 ottobre, mentre era ancora ricoverato al Policlinico Gemelli, Leone XIV ha avuto nel tardo pomeriggio di oggi un colloquio con il presidente ucraino Zelensky. Al centro di entrambe le conversazioni c’è Oleshky, città assediata e stretta nella morsa del conflitto. Il Pontefice, che ha definito la guerra una «inutile strage» nel recente discorso a Metz, cerca di tradurre gli appelli alla pace in iniziative immediate, capaci di raggiungere chi rischia di pagare il prezzo più alto: i civili.

La richiesta della Santa Sede: collaborazione per salvare vite. Nel comunicato diffuso al termine della telefonata con Zelensky, la Sala Stampa vaticana riferisce che il Papa ha richiamato «la grave situazione nella città di Oleshky, nella regione di Kherson», ricordando la richiesta di una tregua umanitaria già avanzata al presidente russo. Leone XIV ha quindi auspicato che «la collaborazione di entrambe le parti» renda possibile l’arrivo di aiuti alimentari e sanitari e l’evacuazione «volontaria e sicura» della popolazione civile. Il messaggio è chiaro: al di là delle responsabilità e delle accuse reciproche, occorre individuare una via d’intesa che permetta di soccorrere gli abitanti. Il Pontefice ha infine ribadito l’impegno della Santa Sede a favore del dialogo e della pace.
Oleshky, una città senza vie di fuga. Sulla riva sinistra del Dnipro, nella regione di Kherson, Oleshky è diventata il simbolo di un’emergenza umanitaria sempre più grave. Secondo fonti ucraine, nella cittadina vivono circa 2.000 persone, tra cui una cinquantina di bambini, in condizioni di estrema precarietà. Mancano acqua, elettricità, medicinali e ambulanze: beni e servizi indispensabili, trasformati dalla guerra in risorse difficili, quando non impossibili, da ottenere. A rendere ancora più drammatica la situazione è l’isolamento geografico. Il ponte che collegava Oleshky a Kherson, distrutto nel novembre 2022, non è stato ripristinato, mentre le strade esterne e quelle dei villaggi circostanti sono minate. Per gli abitanti, dunque, non esiste un corridoio di fuga sicuro.
Accuse incrociate e urgenza umanitaria. Attorno alla possibilità di far arrivare soccorsi e consentire l’uscita dei civili si scontrano le versioni delle due parti. Le autorità ucraine accusano le forze russe di impedire il passaggio degli aiuti umanitari; Mosca, dal canto suo, attribuisce a Kyiv le responsabilità del blocco. In questo scenario, la richiesta del Papa punta a superare lo stallo almeno sul terreno più urgente: la protezione della popolazione. Nella telefonata con Putin, iniziativa promossa dallo stesso Leone XIV secondo quanto riferito dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, il Pontefice aveva già chiesto una tregua per permettere l’ingresso di viveri e medicinali e l’evacuazione in sicurezza dei civili. Il colloquio con Zelensky rilancia ora la stessa proposta, nella speranza che l’appello trovi ascolto da entrambe le parti.
La diplomazia di un «missionario di pace». Sin dall’inizio del pontificato, Leone XIV ha indicato la ricerca della pace come una delle priorità del proprio ministero. Per il conflitto tra Russia e Ucraina, il Papa ha offerto la disponibilità della Città del Vaticano come sede neutrale per eventuali negoziati, con l’obiettivo di favorire una pace «giusta e duratura». Non si tratta soltanto di mantenere aperti i canali diplomatici: l’iniziativa vaticana mira anche a individuare soluzioni concrete, soprattutto quando l’emergenza umanitaria impone di agire senza indugio. Oleshky rappresenta, in questo senso, una prova immediata della possibilità di trasformare il dialogo in gesti tangibili. Una tregua circoscritta potrebbe infatti consentire di portare soccorso a chi ne ha bisogno, anche in assenza di un accordo più ampio sul conflitto.
Tre incontri e tre telefonate con Zelensky. Il rapporto tra Leone XIV e il presidente ucraino si è consolidato attraverso una serie di contatti ravvicinati. Il primo colloquio telefonico ufficiale risale al 12 maggio 2025, appena quattro giorni dopo l’elezione del Pontefice. In quell’occasione, Zelensky lo invitò a visitare Kyiv e confermò la disponibilità dell’Ucraina a proseguire i negoziati in qualsiasi formato, compresi colloqui diretti. Il primo incontro di persona avvenne il 18 maggio, subito dopo la Messa di inizio pontificato in Piazza San Pietro, alla presenza anche della moglie del presidente, Olena. I due si rividero il 9 luglio a Villa Barberini, a Castel Gandolfo, per discutere anche della possibilità di ospitare in Vaticano futuri colloqui di pace. Un terzo incontro si svolse il 9 dicembre, ancora a Castel Gandolfo: al termine dell’udienza, Papa e presidente si affacciarono insieme al balcone. Al centro del confronto, la necessità di non interrompere il dialogo, la sorte dei prigionieri di guerra e il ritorno dei bambini ucraini deportati in Russia.
Prigionieri, bambini e aiuti: il lavoro diplomatico continua. La vicenda di Oleshky si inserisce in un’azione diplomatica più ampia, che coinvolge diverse figure della Santa Sede. Il cardinale Matteo Zuppi ha svolto missioni a Kyiv e Mosca per affrontare, tra le altre questioni, il destino dei prigionieri e il rientro dei minori ucraini trasferiti in Russia. Nella stessa direzione si colloca la visita della scorsa estate di monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali. Anche il 3 aprile, in occasione della Pasqua, Leone XIV aveva telefonato a Zelensky mentre una nuova e massiccia ondata di attacchi russi con droni e missili colpiva diverse regioni dell’Ucraina. Il Papa aveva espresso solidarietà al popolo ucraino, insistendo sulla necessità di garantire gli aiuti umanitari, liberare i prigionieri e costruire una pace attraverso il negoziato.
Dalle parole ai fatti, la sfida della pace. Il nuovo colloquio con Zelensky conferma la continuità dell’impegno di Leone XIV: mantenere aperto il confronto con i protagonisti della guerra e, nello stesso tempo, cercare risposte immediate alle sofferenze della popolazione. Per Oleshky, il tempo è un fattore decisivo: senza acqua, cure mediche e possibilità di allontanarsi dai combattimenti, ogni giorno aggrava una situazione già disperata. La richiesta del Pontefice è rivolta a entrambi i fronti e non si limita a un generico invito alla riconciliazione: chiede una collaborazione concreta per far arrivare i soccorsi e consentire ai civili di lasciare la città in sicurezza. È un obiettivo circoscritto, ma essenziale. Perché, mentre la soluzione politica della guerra resta lontana, salvare vite umane non può aspettare.


