
C’è una frase che torna puntualmente, quasi fosse un riflesso condizionato, ogni volta che una città viene devastata dalla violenza: «La repressione non basta». Verissimo. Ma chi ha mai detto che debba bastare? Chi ha mai sostenuto che per affrontare il disagio giovanile, la marginalità sociale, la crisi educativa e la violenza urbana siano sufficienti qualche pattuglia in più e qualche anno di carcere? Il problema è proprio questo: trasformare un’affermazione ovvia in un argomento polemico, costruire un’alternativa che non esiste e utilizzarla per mettere in discussione persino il dovere dello Stato di far rispettare la legge.
Le devastazioni di Milano ripropongono una questione elementare, che dovrebbe precedere qualsiasi distinzione politica. Una società democratica ha il diritto, e soprattutto il dovere, di difendersi. Le strade devastate, le vetrine distrutte, gli scontri con le forze dell’ordine non sono una forma estrema di protesta, né una manifestazione particolarmente rumorosa del disagio giovanile. Sono atti di violenza. E come tali devono essere perseguiti. Senza ambiguità, senza indulgenze ideologiche, senza cercare giustificazioni sociologiche dove occorrono innanzitutto responsabilità individuali.
La repressione non basta, certo. Ma è il minimo necessario. Anzi, è il presupposto di qualsiasi altro ragionamento. Perché uno Stato che non riesce a garantire la sicurezza dei cittadini perde una delle ragioni fondamentali della propria esistenza. E una democrazia che rinuncia a far rispettare le regole smette di essere liberale per diventare semplicemente debole. La legalità non è un capriccio autoritario, non è un’ossessione securitaria della destra, non è un valore negoziabile a seconda della provenienza sociale o delle convinzioni politiche di chi infrange la legge. È la condizione che rende possibile la libertà di tutti.
Il benaltrismo e quella strana idea che si debba sempre scegliere
E invece, davanti a ogni episodio di violenza collettiva, si ripresenta il grande rito del benaltrismo. Non servono più poliziotti, serve altro. Non servono le pene, servono le scuole. Non serve la repressione, servono le politiche sociali. Come se queste risposte fossero alternative, come se occuparsi delle cause impedisse di contrastare gli effetti, come se uno Stato dovesse scegliere tra garantire la sicurezza oggi e costruire una società migliore domani. È un modo singolarmente comodo di affrontare problemi complessi, perché consente di liquidare ogni risposta concreta invocandone un’altra, magari più nobile, certamente più lontana.
Ma chi ha detto che bisogna scegliere? Da dove nasce questa assurda contrapposizione tra sicurezza e politiche sociali? Perché la presenza delle forze dell’ordine dovrebbe escludere gli investimenti nell’istruzione? Perché individuare e punire chi distrugge una città dovrebbe impedire di interrogarsi sulle ragioni del disagio giovanile? È questo il limite di un certo dibattito pubblico italiano, prigioniero di un bipolarismo culturale prima ancora che politico: o la repressione o la prevenzione, o l’ordine pubblico o la giustizia sociale, o la responsabilità individuale o quella collettiva. Una contrapposizione artificiale che finisce per rendere inefficaci entrambe le risposte.
Il benaltrismo funziona sempre allo stesso modo. Davanti a un problema concreto, sposta il discorso su un altro problema, possibilmente più grande, più complesso, più difficile da risolvere. E poiché la soluzione proposta non è sufficiente a risolvere tutto, viene presentata come inutile. È un ragionamento paradossale. Sarebbe come sostenere che non servono i vigili del fuoco perché bisognerebbe investire nella prevenzione degli incendi. Naturalmente bisogna investire nella prevenzione. Ma quando una casa brucia, qualcuno deve spegnere il fuoco. E nessuno si sognerebbe di accusare i pompieri di non affrontare le cause strutturali degli incendi.
Con la violenza urbana dovrebbe funzionare esattamente allo stesso modo. Chi devasta una città deve risponderne davanti alla giustizia. Chi aggredisce, distrugge, incendia deve sapere che esistono conseguenze concrete. Identificazioni, denunce, processi e sanzioni proporzionate ai reati commessi non rappresentano una deriva autoritaria. Sono il normale funzionamento dello Stato di diritto. Naturalmente nel rispetto delle garanzie costituzionali, perché la fermezza democratica si distingue dall’arbitrio proprio per la capacità di rispettare le regole anche quando le fa rispettare. E perché la libertà di manifestare, che va sempre difesa, non comprende la libertà di devastare.
Il punto è che una società non può permettersi di sospendere la propria capacità di far rispettare le regole in attesa di risolvere tutte le contraddizioni sociali. Non può lasciare indifeso chi lavora, chi apre un negozio, chi attraversa una piazza, chi esercita pacificamente il proprio diritto di manifestare, perché nel frattempo sarebbe necessario riformare la scuola, migliorare le periferie o combattere la povertà educativa. Tutte cose sacrosante. Ma nessuna di queste rende meno necessario impedire che qualcuno distrugga ciò che appartiene agli altri.
La sicurezza non è un lusso da concedersi dopo aver risolto i problemi sociali. È essa stessa una condizione della convivenza civile. E, come spesso accade, sono proprio i cittadini più fragili a pagare il prezzo più alto quando lo Stato arretra. Chi dispone di mezzi economici può proteggersi, cambiare quartiere, trovare soluzioni individuali. Chi non li possiede dipende ancora di più dalla capacità delle istituzioni di garantire ordine, legalità e diritti.
La repressione è necessaria. Ma uno Stato serio deve fare molto di più
Naturalmente sarebbe un errore altrettanto grave immaginare che il problema possa essere risolto soltanto aumentando le pene, moltiplicando i decreti Sicurezza o schierando più uomini in uniforme. La presenza dello Stato non può cominciare quando arrivano le camionette della polizia. Deve cominciare molto prima. Nelle scuole, nelle famiglie, nei quartieri, nei luoghi di aggregazione, nelle opportunità che una comunità riesce a offrire ai propri ragazzi. Se lo Stato arriva soltanto con le manette, significa che qualcosa, prima, non ha funzionato.
Una destra moderata, liberale e responsabile dovrebbe avere la forza di sostenere entrambe queste verità. Senza cedere alla tentazione di trasformare ogni emergenza in una gara a chi invoca la punizione più severa. E senza accettare quella cultura dell’attenuante permanente che finisce per dissolvere ogni responsabilità personale dentro una generica denuncia delle ingiustizie sociali. Il disagio può aiutare a comprendere la violenza. Non può assolverla. Le condizioni sociali possono spiegare alcuni percorsi individuali. Non possono cancellare la responsabilità di chi sceglie di infrangere la legge.
La questione più difficile, infatti, comincia proprio dove finisce l’intervento delle forze dell’ordine. Perché dietro una parte della violenza giovanile esistono problemi che nessun decreto può cancellare: la fragilità dei percorsi educativi, la dispersione scolastica, la povertà culturale, l’assenza di prospettive, la difficoltà di costruire un rapporto positivo con le istituzioni e con la propria comunità. Problemi differenti, che non spiegano automaticamente i comportamenti criminali, ma che una politica seria non può ignorare.
Servono politiche sociali, certamente. Ma politiche sociali vere, non una distribuzione indiscriminata di risorse per comprare qualche mese di tranquillità. Servono scuole capaci di insegnare, educare e pretendere. Servono insegnanti sostenuti nella propria autorevolezza, percorsi di formazione professionale che restituiscano dignità al lavoro, investimenti nei quartieri più fragili, spazi culturali, sportivi e associativi in grado di offrire alternative concrete alla marginalità. E serve ricostruire quella rete di responsabilità tra famiglie, istituzioni e comunità che troppo spesso si è progressivamente indebolita.
Soprattutto, bisogna recuperare un concetto che una certa cultura contemporanea sembra considerare antiquato: l’educazione alla responsabilità. Ai ragazzi bisogna insegnare che la libertà non coincide con l’assenza di limiti, che i diritti comportano doveri, che il rispetto delle regole non rappresenta una sottomissione al potere, ma una forma di rispetto per gli altri. E che la rabbia, anche quando nasce da ragioni comprensibili, non attribuisce a nessuno il diritto di distruggere ciò che appartiene alla collettività.
C’è una differenza decisiva tra comprendere le cause di un fenomeno e giustificarne le conseguenze. La politica dovrebbe occuparsi delle prime senza diventare indulgente verso le seconde. Perché la sicurezza e la giustizia sociale non sono due obiettivi alternativi. Sono due responsabilità dello stesso Stato. E contrapporle significa rinunciare a governare la complessità.
Una destra che si limitasse a invocare più polizia e pene più severe finirebbe per offrire una risposta incompleta. Una sinistra che rispondesse alle devastazioni parlando soltanto di disagio e marginalità commetterebbe l’errore opposto. La prima rischierebbe di confondere la sicurezza con la sola repressione. La seconda di dimenticare che senza sicurezza non esiste nemmeno la possibilità concreta di esercitare i propri diritti. E chi pensa di poter risolvere tutto attraverso un generico appello a fare ben altro dovrebbe almeno spiegare perché quel ben altro debba necessariamente escludere il rispetto della legge.
Il punto, allora, è ricostruire una cultura dell’autorità democratica. Un’autorità che non abbia paura di intervenire, ma che sappia anche educare. Che punisca chi sbaglia, ma lavori perché sempre meno persone arrivino a sbagliare. Che garantisca la sicurezza nelle strade e investa nelle scuole. Che riconosca il disagio senza trasformarlo in un alibi. Che sappia essere severa senza diventare autoritaria e sociale senza diventare giustificazionista.
Le devastazioni di Milano ci mettono davanti a questa responsabilità. I responsabili devono essere individuati e chiamati a rispondere delle proprie azioni. Su questo non dovrebbero esistere esitazioni. Ma contemporaneamente bisogna chiedersi che cosa stiamo facendo per evitare che tutto questo accada ancora. Quali politiche educative, quali investimenti nella formazione, quali strumenti di integrazione sociale, quali opportunità per i giovani. Non dopo aver risolto il problema dell’ordine pubblico. Non al posto della repressione. Insieme.
Perché il vero errore è continuare a ragionare per alternative. Come se la società dovesse scegliere tra la fermezza e l’educazione, tra la legalità e la solidarietà, tra la responsabilità individuale e l’impegno collettivo. È un modo infantile di concepire la politica, che può servire alla propaganda ma non a governare una società.
La repressione non basta? Certamente. Ma è il minimo necessario. E proprio perché non basta, occorre fare molto altro. Senza rinunciare a niente, senza contrapporre ciò che deve procedere insieme, senza utilizzare le politiche sociali come alibi per non reprimere e la repressione come alibi per non investire nelle politiche sociali.
Non è repressione o scuola. È repressione e scuola. Non è sicurezza o giustizia sociale. È sicurezza e giustizia sociale.
Uno Stato capace di garantire entrambe non è uno Stato autoritario. È, molto semplicemente, uno Stato che funziona.


