
Simona Izzo e la malattia autoimmune: Pensavo di morire. Una dermatite che non passava, poi problemi agli occhi e una stanchezza difficile da sopportare. L’attrice ha raccontato di aver vissuto mesi segnati dalla paura, fino a pensare di non arrivare a ottobre. A dare un nome ai disturbi è stato un immunologo: sindrome di Sjögren, una malattia autoimmune cronica che può coinvolgere diversi organi. Ne ha parlato il 31 ottobre a Storie al bivio week end, su Rai 2, e la sua testimonianza riapre una domanda importante: quando sintomi apparentemente comuni meritano un approfondimento, invece di essere affrontati uno alla volta?
Dalla pelle agli occhi, perché la diagnosi non è immediata
Nel racconto di Izzo il primo problema è stato una dermatite persistente; sono seguiti disturbi oculari e astenia, cioè una marcata sensazione di debolezza. La dermatite non è un segnale tipico di Sjögren: le irritazioni cutanee hanno moltissime cause e da sole non orientano verso questa diagnosi. Contano l’insieme dei sintomi, la durata e gli esami appropriati. Nella malattia di Sjögren il sistema immunitario attacca erroneamente tessuti sani, soprattutto le ghiandole che producono lacrime e saliva. Ecco perché i disturbi più noti sono occhi e bocca secchi. Ma la malattia non si limita necessariamente a questo: alcune persone sperimentano dolori articolari, stanchezza intensa o manifestazioni che interessano altri organi. Colpisce soprattutto le donne, con manifestazioni molto variabili da paziente a paziente.
La stanchezza che non si vede e i sintomi della secchezza
Una delle difficoltà è spiegare agli altri una fatica che non appare dall’esterno. Non è soltanto sentirsi stanchi dopo il lavoro: alcune persone riferiscono una mancanza di energie persistente, capace di interferire con attività normali anche dopo il riposo. Izzo ha parlato di un periodo molto duro, ma la sua esperienza non rappresenta necessariamente quella di tutti i pazienti. Attenzione, però, a non trasformare un sintomo generico in un’autodiagnosi. Occhi che bruciano, sensazione di sabbia, fastidio alla luce: nella malattia di Sjögren la riduzione delle lacrime può provocare disturbi persistenti. La scarsa saliva può rendere difficile mangiare cibi asciutti, parlare a lungo o deglutire, e favorire carie e infezioni della bocca. Tuttavia, anche farmaci, ambiente e altre patologie possono provocare secchezza. Se i disturbi durano nel tempo, soprattutto insieme a dolori articolari o fatica marcata, vale la pena parlarne con il medico di famiglia.
La paura, il sostegno di Ricky Tognazzi e il nome della malattia
Izzo ha raccontato anche depressione, perdita dell’appetito e dimagrimento. Il marito Ricky Tognazzi le è rimasto accanto, cercando di aiutarla persino preparando i piatti che preferiva. È il lato umano della vicenda: i problemi psicologici non sono conseguenze inevitabili della malattia, ma parte di un percorso difficile. Dare un nome ai sintomi non cancella automaticamente la fatica, ma può aprire la strada a controlli e cure mirate. Non esiste oggi una terapia definitiva; esistono però trattamenti per alleviare la secchezza e gestire le altre manifestazioni, scelti in base alle necessità individuali. Nei casi con interessamento di organi interni servono valutazioni e monitoraggi specifici. La valutazione può comprendere esami del sangue, test della produzione lacrimale e salivare e, in casi selezionati, altri accertamenti. Nessun singolo sintomo o esame basta sempre a confermare o escludere la malattia.
Una malattia sistemica che richiede ascolto
Nel 2025 un consenso internazionale pubblicato su Nature Reviews Rheumatology ha raccomandato la denominazione malattia di Sjögren: un modo per ricordare che non si tratta solo di occhi e bocca secchi, ma di una condizione autoimmune che può essere sistemica. Nella maggior parte dei casi è compatibile con una lunga aspettativa di vita, anche se possono verificarsi complicanze importanti. Il racconto di Simona Izzo non invita a temere il peggio davanti a una dermatite o a qualche giorno di stanchezza. Suggerisce piuttosto un gesto concreto: quando disturbi persistenti cambiano la quotidianità, ricostruirne insieme al medico l’evoluzione, senza considerarli automaticamente episodi separati. È spesso da una storia clinica raccontata per intero che può cominciare la ricerca della risposta giusta, come dimostrano le fonti citate da ANSA e National Institutes of Health.


