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Omicidio Saman, la Cassazione: “Non fu un atto d’impeto, ma un delitto premeditato”

Pubblicato: 06/11/2026 19:58

L’omicidio di Saman Abbas non fu un gesto improvviso, ma l’esecuzione di un piano maturato all’interno della famiglia per punire la ragazza, determinata a sottrarsi alle regole imposte dai parenti e a costruirsi una vita diversa. È quanto emerge dalle motivazioni con cui la Cassazione ha reso definitive le condanne per la morte della diciottenne pachistana, uccisa a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio 2021.

Secondo i giudici della Prima sezione penale, il delitto deve essere considerato una decisione premeditata finalizzata a sanzionare il presunto disonore attribuito alla giovane. Saman aveva infatti manifestato la volontà di vivere secondo modelli sociali differenti da quelli della famiglia di origine, opponendosi anche al matrimonio combinato che le era stato prospettato.

Definitivi quattro ergastoli e una condanna a 22 anni

Nel luglio scorso la Suprema Corte ha rigettato i ricorsi presentati dai familiari imputati, confermando la sentenza pronunciata il 18 aprile 2025 dalla Corte d’Assise d’Appello di Bologna.

Sono così diventati definitivi i quattro ergastoli inflitti ai genitori di Saman, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, e ai cugini Noman Ul Haq e Ijaz Ikram, riconosciuti responsabili di omicidio e soppressione di cadavere. Confermata anche la condanna a 22 anni di reclusione per lo zio Danish Hasnain.

In primo grado Hasnain era stato condannato a 14 anni. In appello gli erano state riconosciute le aggravanti della premeditazione e dei motivi abietti, considerate equivalenti alle attenuanti generiche già concesse per la collaborazione prestata nel ritrovamento del corpo della nipote.

La decisione della Cassazione ha accolto le conclusioni della Procura generale. Durante la requisitoria, l’avvocato generale Marco Dall’Olio aveva definito la morte di Saman il risultato di “un atto corale e premeditato”, sottolineando come alla ragazza, pur essendo maggiorenne, non fosse riconosciuto il diritto di decidere autonomamente della propria esistenza.

Il progetto di Saman e il movente dell’omicidio

Nelle circa cento pagine delle motivazioni, i giudici ricostruiscono gli elementi che dimostrerebbero l’esistenza di un piano elaborato prima della notte dell’omicidio. Al centro della vicenda viene individuato un movente preciso: la volontà della famiglia di contrastare violentemente le scelte di Saman e di impedirle di abbandonare definitivamente la casa.

Il proposito omicida, secondo la Cassazione, era già insorto e si era mantenuto nel tempo. La sua attuazione sarebbe stata subordinata alla decisione definitiva della ragazza di allontanarsi dal nucleo familiare e sottrarsi al controllo dei parenti.

Il momento decisivo sarebbe arrivato la sera del 30 aprile 2021, quando il padre prese abusivamente visione delle conversazioni private della figlia e comprese che Saman non intendeva rinunciare al proprio progetto di vita. Da quel momento, secondo i giudici, il piano precedentemente elaborato venne messo in atto.

Le telefonate e l’agguato nel vialetto

La Suprema Corte richiama i numerosi contatti telefonici intercorsi tra Shabbar Abbas e il fratello Danish Hasnain nelle ore precedenti al delitto. Telefonate considerate insolite per frequenza, durata e orario rispetto alle normali abitudini familiari e ritenute indicative della preparazione dell’agguato.

Saman venne accompagnata verso il vialetto situato davanti all’abitazione di famiglia, dove si trovavano gli altri parenti. Nella ricostruzione dei giudici assumono rilievo anche un segnale luminoso effettuato poco prima dell’uscita della ragazza, l’atteggiamento del padre e il successivo recupero di un oggetto ritenuto compatibile con lo zaino della vittima.

La madre avrebbe avuto un ruolo determinante nella fase finale. Gli inviti rivolti a Saman affinché restasse in casa non sarebbero stati realmente protettivi. Nazia Shaheen, secondo la ricostruzione accolta dalla Cassazione, accompagnò inconsapevolmente la figlia verso il luogo in cui gli altri familiari la attendevano.

I giudici descrivono la condotta della donna con una formula particolarmente dura: la madre avrebbe accompagnato la figlia “a morire”, conducendola lungo lo stradello destinato a diventare il teatro dell’omicidio.

La fuga all’estero e le conversazioni con il figlio

Tra gli elementi valutati dalla Corte figura anche la partenza dei genitori per l’estero il giorno successivo alla scomparsa di Saman. Una fuga organizzata senza spiegazioni plausibili e senza informare preventivamente il figlio, che all’epoca era ancora minorenne.

La Cassazione richiama inoltre alcune conversazioni successive tra Shabbar Abbas e il figlio. Le frasi pronunciate dal padre sono state interpretate dai giudici di merito come ammissioni di responsabilità nella morte della ragazza.

L’insieme degli elementi antecedenti, concomitanti e successivi al delitto viene considerato convergente: il movente familiare, i contatti preparatori, l’accompagnamento della vittima, la presenza dei parenti nel luogo dell’agguato, la fuga all’estero e le dichiarazioni successive.

Il ritrovamento del corpo un anno e mezzo dopo

Saman venne uccisa nel vialetto davanti alla casa e successivamente sepolta in una buca situata a poca distanza dall’abitazione familiare di Novellara. A segnalare la sua scomparsa alle forze dell’ordine fu il fidanzato, con il quale la giovane progettava una vita lontana dal controllo dei parenti.

Il corpo fu ritrovato soltanto il 18 novembre 2022, circa un anno e mezzo dopo l’omicidio. A indicare agli investigatori il luogo della sepoltura fu lo zio Danish Hasnain, fuggito all’estero e successivamente arrestato a Parigi.

Per la Cassazione, il cosiddetto “clan familiare” aveva già deliberato la morte di Saman, prevedendola come conseguenza concreta dell’eventuale rifiuto della ragazza di abbandonare il proprio progetto di libertà. Quando Saman rese irreversibile la scelta di lasciare la famiglia, quel proposito venne trasformato in azione. Non un’esplosione improvvisa di violenza, dunque, ma un delitto preparato e compiuto per impedire a una giovane donna di decidere autonomamente del proprio futuro.

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