
La tregua è ufficialmente scattata a Gaza subito dopo l’approvazione dell’accordo di pace da parte del governo Netanyahu. Questo evento segna un momento cruciale, culminato con l’annuncio da parte dell’esercito israeliano (Tsahal) di aver completato il ritiro dalla Striscia. Le truppe si sono posizionate dietro la Linea Gialla, come tracciata nelle mappe che fanno parte integrante del piano Trump.
Inizio del conto alla rovescia per gli ostaggi
Con il ritiro effettivo, è partito un conto alla rovescia di 72 ore. Questo tempo è concesso ad Hamas per adempiere alla sua parte dell’accordo, che prevede il rilascio di 20 ostaggi vivi, tenuti prigionieri a Gaza da ben 735 giorni. L’atto di Hamas sarà ricambiato da Israele con la liberazione di circa 2.000 detenuti palestinesi. Tra questi, circa 250 stanno scontando ergastoli per aver commesso attacchi terroristici che hanno causato la morte di decine di civili israeliani e il ferimento permanente di centinaia di altri. Tuttavia, Israele ha mantenuto ferma la sua posizione di non liberare i detenuti-simbolo per Hamas, tra cui spicca la figura di Marwan Barghouti.
La reazione della popolazione di Gaza e la ritirata
L’annuncio del ritiro da parte dell’Idf ha immediatamente provocato una reazione massiccia tra la popolazione di Gaza. Migliaia di persone si sono riversate sulla strada Rashid, ora aperta dalle truppe, nel tentativo disperato di fare ritorno alle proprie case o a ciò che ne resta, specialmente nelle aree del Nord della Striscia. Le immagini che circolano sui social media provenienti dall’enclave mostrano un fiume ininterrotto di persone che camminano, trasportando pacchi, poche suppellettili e vecchie borse strapiene, a testimonianza della drammaticità dello sfollamento.
La ritirata israeliana è stata un’operazione complessa, condotta sotto la copertura di artiglieria e attacchi aerei in alcune zone. Un elemento di tensione è rimasto: un riservista israeliano è stato ucciso da un cecchino di Hamas durante le operazioni. Parallelamente, il ministero della salute di Hamas ha riportato che nell’ultimo giorno 17 persone sono state uccise e 71 ferite, sottolineando il perdurare delle ostilità fino all’ultimo momento.
Nonostante l’esercito abbia mostrato genericamente il riposizionamento dei militari attraverso il portavoce dell’Idf Effie Defrin, ha successivamente chiarito che le mappe mostrate erano solo “un’illustrazione e non rappresentano le posizioni esatte delle truppe”. L’esercito ha scelto di non fornire dettagli sull’attuale schieramento. Diversi commentatori israeliani hanno sollevato dubbi, sottolineando che la Linea Gialla tracciata dai mediatori – corrispondente al 53% del territorio della Striscia – potrebbe non riflettere la realtà del controllo territoriale, in quanto “l’esercito non controlla tutto quel territorio con truppe di terra e molte delle postazioni arretrate vicino al confine israeliano”.
Aiuti umanitari e il vertice di Sharm el-Sheikh
In concomitanza con la tregua, si apre la possibilità per gli aiuti umanitari. Israele ha concesso il via libera all’ONU per avviare le consegne a partire da domenica.
Sul fronte diplomatico, sono emerse notizie riguardanti un vertice internazionale di alto livello. I media, in particolare Channel 12 e Axios, hanno rivelato che l’ex presidente statunitense Donald Trump sta organizzando un summit sulla situazione di Gaza che si terrà in Egitto, presumibilmente a Sharm el-Sheikh, la prossima settimana. Questo evento è previsto nelle ore in cui dovrebbe avvenire la cerimonia della firma dell’accordo stesso.
Secondo le indiscrezioni, all’incontro parteciperanno i leader di importanti nazioni europee e mediorientali: Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Qatar, Giordania, Turchia e Arabia Saudita. Inoltre, si prevede la partecipazione di Indonesia, Pakistan e degli Emirati Arabi Uniti. L’organizzazione del vertice sarebbe stata curata dal presidente egiziano Sisi. Significativamente, la partecipazione del Primo Ministro israeliano Benyamin Netanyahu non è prevista, almeno per il momento.
Il vertice a Sharm el-Sheikh sarà preceduto da una visita lampo del presidente americano in Israele prevista per lunedì. L’obiettivo di questa breve sosta è quello di incontrare i familiari degli ostaggi e tenere un discorso alla Knesset, il parlamento israeliano.
Le garanzie di Trump e il futuro di Gaza
L’accordo è stato raggiunto dopo una tesa riunione di gabinetto giovedì sera, durante la quale cinque ministri dell’ultradestra non hanno votato a favore. Un fatto inusuale è stata anche la partecipazione dei due inviati USA, Steve Witkoff e Jared Kushner.
Nonostante le resistenze interne, il Primo Ministro Netanyahu ha rilasciato dichiarazioni ai media – senza concedere domande – avvertendo che l’accordo è solo una fase. “Stiamo stringendo Hamas da ogni lato in vista delle prossime fasi del piano, che prevede il disarmo completo dell’organizzazione e la smilitarizzazione di Gaza,” ha dichiarato. Ha inoltre lanciato un chiaro monito: “Se ciò sarà raggiunto in modo pacifico, tanto meglio. Altrimenti sarà raggiunto con la forza.”
A spingere Hamas ad accettare l’intesa sono state, in parte, le garanzie personali fornite dal presidente americano ai mediatori. Secondo un report di Channel 12, Trump avrebbe assicurato che non permetterà a Israele di abbandonare l’accordo e riprendere unilateralmente la guerra. Queste rassicurazioni sono state un “fattore chiave” per convincere l’organizzazione.
Dall’altra parte, il portavoce di Hamas, Hazem Qassem, ha ribadito la posizione palestinese all’emittente Al-Arabiya, dichiarando che “i palestinesi ostacoleranno qualsiasi tentativo di sfollamento e non sarà data all’Idf alcuna scusa per tornare in guerra”, marcando così la forte incertezza e la fragilità intrinseca di questa tregua.


