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Assalto alla democrazia: Albanese trasforma una condanna in un alibi morale

Pubblicato: 29/11/2025 17:38

Il raid nella redazione de La Stampa è un fatto di violenza che non ammette sfumature. Le persone identificate sono 34, tutte denunciate per l’irruzione avvenuta durante lo sciopero generale: un attacco diretto alla libertà di stampa e alla stessa idea di democrazia. In questo quadro, le parole di Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu, avrebbero dovuto essere nette, definitive, prive di condizionali. Invece sono diventate il centro della bufera, perché dentro la condanna ha infilato un concetto ambiguo: quel “monito per la stampa” che suona come una giustificazione implicita, una lettura che redistribuisce le colpe e indebolisce la condanna.

Il rischio è evidente: a poche ore da un assalto fisico a un giornale, evocare il comportamento della stampa come parte del problema significa offrire un alibi culturale a chi la violenza l’ha praticata. Non è un dettaglio semantico, è un messaggio politico. Ed è il motivo per cui la reazione è stata immediata, trasversale e durissima.

Ambiguità che incendiano il clima

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito “grave” qualunque ipotesi che faccia ricadere anche solo “in parte” la responsabilità sugli aggrediti. Ha ricordato che la violenza “non si giustifica, non si minimizza, non si capovolge”. Una frase che fotografa perfettamente il punto: introdurre un “ma” dopo una condanna significa trasformarla in qualcos’altro. Significa suggerire che chi ha subito l’aggressione possa aver contribuito alla miccia. E questo, in un Paese dove i giornalisti sono già spesso bersaglio di intimidazioni, è inaccettabile.

Molti altri esponenti politici hanno seguito la stessa linea. Il ministro Luca Ciriani ha definito “sconcertante” l’idea che la stampa possa essersela “meritata”, mentre Maurizio Gasparri ha accusato Albanese di usare il suo ruolo internazionale come scudo per affermare tesi “incommentabili”. Carlo Calenda ha ricordato che “la violenza non è mai un monito”. La vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno ha sottolineato la “gravità” dell’ambiguità contenuta nelle sue parole. E il deputato Alfredo Antoniozzi ha denunciato l’idea di “mettere sotto accusa” l’intera categoria dei giornalisti.

Il post che non risolve la contraddizione

Nel tentativo di chiarire, Albanese ha poi pubblicato un post su Facebook. Ha ribadito la condanna e la solidarietà, ma ha nuovamente parlato della “rabbia verso un sistema mediatico che distorce la realtà”, definendola “comprensibile”. Ha scritto che la violenza “rafforza chi opprime”, ma ha anche sostenuto che l’episodio ha oscurato la giornata di solidarietà per il popolo palestinese. Ancora una volta, una condanna seguita da un contesto che sembra attenuarla, spiegandola, quasi incorniciarla.

Ed è qui che il nodo si stringe: la violenza non diventa accettabile se motivata da una causa ritenuta giusta. E attribuire alle redazioni un ruolo di provocazione culturale, anche solo sul piano simbolico, significa abbassare la soglia morale di ciò che è tollerabile contro i giornalisti.

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