
Il gesto è di quelli che cambiano la temperatura politica di un Paese già lacerato. Benjamin Netanyahu, mentre guida uno Stato sotto attacco e attraversa la più grave crisi istituzionale degli ultimi decenni, ha scelto di scrivere una lettera al presidente Isaac Herzog chiedendo la grazia. Un atto che si colloca nel cuore di una stagione di fratture, paure e sospetti reciproci, e che rischia di trasformarsi nel detonatore di una battaglia politica totale. Nella lettera, il premier chiede di “continuare a operare interamente per il bene dello Stato di Israele” senza che il processo in corso contribuisca a “dividere il popolo”. Dietro questa formula, studiata e calibrata, c’è molto di più di un appello istituzionale: c’è il tentativo di ribaltare la cornice del giudizio, di far coincidere la sua sorte personale con quella della nazione.
Il secondo passaggio del testo è ancora più rivelatore. Netanyahu scrive che il procedimento “contribuisce ulteriormente alle fratture”, richiamando la necessità di una riconciliazione nazionale. Rivendica la propria innocenza ma, allo stesso tempo, riconosce implicitamente che il processo rappresenta un nodo politico e sociale enorme. La strategia è chiara: non chiede clemenza, chiede stabilità; non rivendica la propria persona, ma il Paese. È un rovesciamento retorico che punta a spingere Herzog verso un gesto senza precedenti nella storia israeliana recente, costringendo tutti gli attori a posizionarsi.
Una richiesta che rimette in discussione i rapporti di forza
La mossa del premier apre un nuovo capitolo in un’epoca già segnata da conflitto interno, polarizzazione e profondi mutamenti del sistema istituzionale. La grazia chiesta oggi è il punto più alto di un lungo scontro tra Netanyahu e il sistema giudiziario, scontro iniziato ben prima del governo di unità e amplificato dalla riforma della giustizia che ha portato in piazza centinaia di migliaia di israeliani per mesi. Il premier lega il proprio destino politico a quello della stabilità nazionale, provando a delegittimare l’impatto del processo come fattore di divisione e attribuendo alla magistratura il peso di una crisi sociale più ampia.
Per la coalizione, già attraversata da tensioni interne e da equilibri fragili, la mossa rischia di diventare una faglia. I partner più radicali la considerano una battaglia di sopravvivenza del loro leader; quelli più moderati temono che la grazia possa apparire come un’uscita di sicurezza costruita su misura. L’opposizione, invece, vede nella lettera il tentativo di sottrarre il premier a un percorso giudiziario che riguarda accuse gravi, dalle tangenti ai rapporti impropri con i media. Il tutto mentre il Paese affronta sfide di sicurezza tali da richiedere un governo stabile, credibile e privo di ombre.
Herzog, la scelta più difficile del mandato
Al centro della scena ora c’è Isaac Herzog, il presidente chiamato a gestire una delle decisioni più politiche della sua carriera. Accogliere la richiesta di grazia significherebbe assumersi la responsabilità di interrompere un processo simbolo della tenuta democratica del Paese; respingerla, al contrario, esporrebbe la nazione al rischio di una frattura ancora più profonda, proprio mentre Netanyahu invoca la “riconciliazione nazionale”. Herzog dovrà valutare un equilibrio delicatissimo: da una parte la necessità di garantire continuità istituzionale, dall’altra il rischio di apparire come l’uomo che ha sottratto un leader potente al giudizio della magistratura, con conseguenze potenzialmente devastanti per la fiducia pubblica.
La scelta non riguarda solo Netanyahu, ma il concetto stesso di Stato di diritto in Israele, in un momento in cui la democrazia è messa alla prova da una guerra, da un’opinione pubblica polarizzata e da una leadership sotto pressione. La richiesta di grazia diventa così il simbolo di un Paese che fatica a tenere insieme sicurezza, legalità, unità e politica. E qualunque sarà la risposta di Herzog, Israele si risveglierà diverso.

