
Il primo ministro slovacco Robert Fico è tornato ad attaccare duramente l’Ucraina e la strategia europea di sostegno a Kiev, definendo il Paese un “buco nero” che inghiotte miliardi di euro e mette a rischio il futuro dell’Unione europea. Le sue dichiarazioni, diffuse sui social e accompagnate da un nuovo rifiuto ai finanziamenti militari per Kiev, accentuano le frizioni tra Bratislava e le istituzioni comunitarie, confermando l’allineamento del governo slovacco alle posizioni più scettiche del fronte europeo, a partire dall’Ungheria di Viktor Orbán.
Le parole del premier: “Ucraina buco nero dei fondi europei”
Nel suo messaggio, pubblicato sulla pagina Facebook ufficiale, Fico ha descritto l’Ucraina come un Paese che “sta inghiottendo miliardi di euro, il pensiero economico razionale e il futuro sostenibile dell’Unione europea”, aggiungendo che l’UE si troverebbe oggi in una vera e propria crisi.
Il premier ha ribadito la sua contrarietà alla concessione di nuovi fondi europei per l’acquisto di armi destinate a Kiev. In un video, Fico ha spiegato che chi, nei vertici europei, si rifiuta di sostenere la spesa militare per l’Ucraina viene automaticamente dipinto come “il cattivo”, in un contesto che considera dominato dall’idea che l’UE debba finanziare senza condizioni lo sforzo bellico ucraino.
Per Fico, la guerra non avrebbe una soluzione militare e il perdurare degli aiuti rischierebbe solo di prolungare il conflitto, caricandone i costi sui contribuenti europei. In questa chiave, il premier slovacco accusa Bruxelles di aver perso di vista la sostenibilità economica e sociale delle proprie scelte di politica estera.
Veti sugli aiuti militari e sul maxi prestito a Kiev
La posizione di Fico non si limita alla critica retorica. Da quando il suo governo è tornato al potere nel 2023, la Slovacchia ha interrotto gli aiuti militari di Stato a favore di Kiev, consentendo solo forniture su base commerciale da parte dell’industria bellica nazionale.
Negli ultimi mesi il premier ha più volte annunciato l’intenzione di bloccare qualsiasi schema europeo che preveda finanziamenti militari diretti all’Ucraina o l’utilizzo di attivi russi congelati per sostenere lo sforzo bellico di Kiev. Bratislava si è detta contraria, ad esempio, ai piani per un grande prestito pluriennale in favore di Kiev, finanziato o garantito da risorse comuni europee e da asset russi sequestrati.
In più occasioni, Fico ha ventilato il ricorso al veto per bloccare decisioni che richiedono l’unanimità, seguendo una strategia molto simile a quella dell’Ungheria: usare il consenso slovacco su dossier chiave – dalle sanzioni contro la Russia ai pacchetti di aiuti per l’Ucraina – come leva politica nei confronti di Bruxelles.
Una linea estera sempre più vicina a Budapest
Il governo Fico, definito da molti osservatori nazional-populista e filorusso, ha impresso un chiaro cambio di rotta rispetto agli esecutivi slovacchi precedenti, tradizionalmente schierati su posizioni pro-UE e pro-NATO.
Bratislava ha progressivamente:
- preso le distanze dal sostegno militare a Kiev,
- criticato le sanzioni occidentali contro Mosca, considerate dannose per le economie europee,
- intensificato il dialogo politico con l’Ungheria di Orbán, con cui condivide la contestazione alle politiche di Bruxelles in materia di stato di diritto, energia e guerra in Ucraina.
Questa convergenza ha alimentato, a livello europeo, il timore di un possibile “asse del veto” in grado di rallentare o bloccare scelte strategiche dell’Unione, in particolare su dossier sensibili come il sostegno a Kiev, le nuove sanzioni alla Russia e le riforme istituzionali legate all’allargamento.
Rapporti tesi con Bruxelles sullo stato di diritto
Le frizioni non si fermano alla politica estera. Da quando Fico è tornato al governo, l’UE guarda con crescente preoccupazione a una serie di riforme interne che, secondo critici e istituzioni comunitarie, rischiano di indebolire lo stato di diritto in Slovacchia.
Tra i dossier più contestati figurano:
- la riforma del diritto penale, con la riduzione delle pene per alcuni reati economici e lo scioglimento dell’ufficio del procuratore speciale che si occupava di corruzione ad alto livello,
- il progetto – ora al centro di un duro braccio di ferro – di smantellare l’Ufficio per la protezione dei whistleblower, organismo indipendente nato anche su impulso europeo per tutelare chi denuncia corruzione e abusi,
- gli interventi sul servizio pubblico radiotelevisivo e sulle ONG, accusati dall’opposizione di aumentare la pressione politica sui media e sulla società civile.
La Commissione europea ha espresso “forte preoccupazione” per alcune di queste iniziative, avvertendo che un possibile deterioramento dello stato di diritto potrebbe avere conseguenze anche sull’accesso del Paese ai fondi europei.
Slovacchia tra integrazione europea e sfida a Bruxelles
Il confronto con Bruxelles è tanto più significativo se si guarda alla storia recente della Slovacchia. Entrata nell’UE nel 2004, Bratislava è stata per anni uno dei Paesi simbolo dell’integrazione europea di successo, con una crescita economica sostenuta e un forte sostegno all’euro e al mercato unico.
Oggi, però, il governo Fico propone una lettura molto più sovranista del ruolo slovacco nell’Unione: piena adesione ai benefici economici dell’integrazione, ma forte resistenza quando Bruxelles interviene su temi considerati “sensibili”, dall’energia alla politica estera, fino alle riforme della giustizia.
Nonostante il duro linguaggio sull’Ucraina, Fico non esclude una cooperazione sul piano politico e negoziale: in una recente visita, ha offerto a Kiev l’esperienza slovacca nel percorso di adesione all’UE, sottolineando che Bratislava ha commesso “errori” che l’Ucraina potrebbe evitare. Un messaggio che, tuttavia, coesiste con il rifiuto di sostenere il suo sforzo militare contro la Russia.
Le reazioni interne e il peso sull’unità europea
All’interno della Slovacchia, le posizioni di Fico dividono profondamente il Paese. Una parte significativa dell’opinione pubblica e della società civile continua a identificarsi con una linea fortemente filo-europea e solidale con l’Ucraina, come dimostrano le numerose mobilitazioni di piazza degli ultimi anni contro le riforme del governo e contro la retorica filorussa.
L’altra parte, rappresentata dall’elettorato che sostiene la coalizione di governo, accoglie invece con favore la denuncia del “costo” della guerra per l’Europa e la difesa di un approccio più prudente su sanzioni e forniture militari. Fico si presenta come il leader che mette “gli interessi nazionali” slovacchi davanti alle pressioni delle capitali occidentali, con un discorso che trova eco in vari movimenti euroscettici e sovranisti del continente.
Le sue parole sull’Ucraina come “buco nero” e la minaccia di veti su prestiti, sanzioni e programmi di assistenza militare aggiungono un ulteriore elemento di tensione nel fragile equilibrio interno all’Unione europea. Nel momento in cui Bruxelles cerca di garantire un sostegno stabile e pluriennale a Kiev, il rischio è che ogni Consiglio europeo si trasformi in un nuovo banco di prova per l’unità dei Ventisette, con Bratislava sempre più spesso in prima fila nel fronte del dissenso.


