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“Stasi? Voi non avete capito”. Garlasco, Massimo Lovati: dure parole in tv

Pubblicato: 19/12/2025 09:03

Il delitto di Garlasco continua a essere una ferita aperta nella cronaca giudiziaria italiana, un caso che da quasi due decenni attraversa tribunali, perizie, polemiche e ripartenze improvvise. L’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto nell’agosto del 2007, ha segnato un prima e un dopo nel racconto mediatico della giustizia, trasformando una vicenda di provincia in un labirinto nazionale fatto di sentenze definitive, nuove ipotesi investigative e un’attenzione pubblica che non si è mai davvero spenta.

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Nel corso degli anni il processo ha conosciuto una lunga e tormentata parabola, culminata con la condanna definitiva di Alberto Stasi e, più recentemente, con la riapertura di scenari che hanno riportato il nome di Garlasco al centro del dibattito. Le nuove indagini su Andrea Sempio hanno riacceso interrogativi che sembravano archiviati, rimettendo in moto meccanismi giudiziari e mediatici che molti ritenevano ormai cristallizzati.

Garlasco, Massimo Lovati durissimo

In questo contesto si inserisce anche la figura di Massimo Lovati, avvocato che per un periodo ha rappresentato Sempio e che nel tempo è diventato uno dei protagonisti più discussi di questa nuova fase. La sua uscita di scena dalla difesa non ha coinciso con un passo indietro dal confronto pubblico, anzi ha accentuato la sua presenza nel dibattito, tra interviste, prese di posizione e critiche a un sistema che, a suo dire, ha trasformato un passaggio tecnico in un evento mediatico.

Le vicissitudini professionali di Lovati si intrecciano così con quelle del caso Garlasco, in un rapporto fatto di distanza e prossimità allo stesso tempo. Da ex legale, osserva gli sviluppi con lo sguardo di chi conosce atti, dinamiche e protagonisti, ma non rinuncia a sottolineare ciò che ritiene una deriva, quella della spettacolarizzazione della giustizia, che a suo avviso rischia di offuscare la sostanza dei fatti.

Ed è proprio questo clima, carico di attese e simboli, a fare da sfondo all’ultima udienza, vissuta come un momento capace di condensare anni di tensioni, sospetti e rivalse. Un passaggio che, ancora una volta, ha trasformato il tribunale in un palcoscenico osservato da tutta Italia.

La presenza di Alberto Stasi, insieme ai suoi legali, a Pavia per assistere all’incidente probatorio è stato il fiore all’occhiello di una vicenda, quelle delle indagini su Andrea Sempio in merito al caso del delitto di Garlasco, che potrebbe essere stata scritta da uno sceneggiatore di Hollywood. Nel copione c’è tutto: il dolore, la rivalsa, il sospetto. È su questo scenario che Massimo Lovati, l’ex avvocato di Sempio, ha voluto fissare il suo punto di vista, intervenendo a Ignoto X.

“Io non metto lingua sul fatto che Stasi potesse o meno partecipare, seppur passivamente, questa udienza – ha spiegato Massimo Lovati, l’ex avvocato di Sempio, a Ignoto X -. L’unico commento che mi sento di dover fare è che è un indice di questa spettacolarizzazione che si è compiuta stamane, la presenza di Stasi è come la stella di Natale. Cioè l’albero era completato e mancava la stella di Natale e l’abbiamo posta. Altro non mi sento di dover dire”. Parole che restituiscono l’immagine di un’aula percepita più come set che come luogo di rigore processuale: con lo show, insomma, finisce il processo dei fatti.

Al di là delle interpretazioni, l’impatto mediatico della giornata è stato evidente anche fuori dal tribunale. Alberto Stasi, come una star, è stato travolto dall’interesse dei cronisti accorsi a Pavia, trasformando l’uscita dall’edificio giudiziario in una scena da prima pagina.

Affiancato dagli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis, ha lasciato il tribunale ed è stato lungamente inseguito per le strade di Pavia da telecamere e microfoni. “Abbiate pazienza” ha detto ai cronisti che lo assediavano cercando di farsi largo e ancora: “Così non andiamo da nessuna parte”. Frasi pronunciate mentre tentava di allontanarsi, visibilmente sotto pressione.

Alle ripetute domande su come stesse e sull’udienza non ha risposta, lasciando che fossero le immagini, più delle parole, a raccontare l’ennesimo capitolo di una storia in cui il confine tra giustizia e racconto pubblico appare sempre più sottile. E Garlasco, ancora una volta, torna a essere non solo un luogo, ma un simbolo di una vicenda che continua a interrogare.

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