
Anno nuovo, ma le tensioni restano le stesse. Il ritorno in prima serata di Dritto e Rovescio su Rete 4, con Paolo Del Debbio, riaccende il dibattito sulla violenza giovanile, sulle baby gang e su un disagio che attraversa le periferie urbane e divide l’opinione pubblica. La puntata offre uno spaccato duro, senza filtri, di un conflitto culturale e sociale che si consuma soprattutto tra i più giovani, spesso figli di immigrazione di prima e seconda generazione, cresciuti tra marginalità e modelli di sopraffazione.
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Il caso Bicocca e lo scontro in studio
Al centro della discussione c’è l’aggressione avvenuta in zona Bicocca a Milano, dove un 15enne è stato accoltellato e sfregiato mentre tentava di difendere un amico da un tentativo di furto. Un episodio che scuote per la sua brutalità e che diventa il punto di partenza per un confronto acceso negli studi televisivi.
Tra gli ospiti, Mahmoud Mohamed, conosciuto come Momo, giovane di origine marocchina cresciuto tra Torino e il Corvetto, propone una lettura che spiazza. Le sue parole sembrano spostare l’attenzione dalla responsabilità dell’aggressore al comportamento della vittima, alimentando un clima di tensione immediato. È a quel punto che Del Debbio interviene con fermezza, ribadendo un principio netto: la colpa non può mai essere di chi subisce un’aggressione, ma di chi la compie.
"Il bastardo non è chi finisce accoltellato ma chi lo accoltella!"
— Dritto e rovescio (@Drittorovescio_) January 8, 2026
Paolo Del Debbio a #drittoerovescio in un confronto con Momo sull'aggressione ai danni del 15enne intervenuto per difendere una persona dai rapinatori pic.twitter.com/uMXlDqaURi
La “legge della strada” contro lo Stato di diritto
Il confronto si fa sempre più duro quando Momo introduce il concetto di autodifesa come regola di sopravvivenza quotidiana. Secondo questa visione, chi cammina per strada dovrebbe essere pronto a reagire con qualsiasi mezzo, trasformando bottiglie o oggetti comuni in armi improvvisate. Una narrazione che richiama apertamente la legge della giungla, dove la forza sostituisce le regole e la paura diventa criterio di comportamento.
Del Debbio contesta apertamente questa impostazione, sottolineando il rischio di normalizzare la violenza e di legittimare una spirale senza ritorno. Il dialogo si trasforma così in uno scontro simbolico tra due mondi: da un lato lo Stato di diritto, dall’altro una cultura della strada che giustifica l’aggressività come forma di autodifesa preventiva.

Difendere o voltarsi dall’altra parte
Il passaggio più inquietante arriva quando si discute del gesto del ragazzo ferito. Per Momo, intervenire in difesa di qualcun altro rappresenta un errore: “farsi gli affari propri” diventa la regola aurea per evitare guai. Un’affermazione che Del Debbio ribalta con una domanda semplice ma carica di significato morale: è accettabile ignorare un’aggressione e lasciare sola una vittima?
Il confronto mette a nudo una frattura profonda. Da una parte l’idea di solidarietà e di dovere morale, dall’altra la convinzione che aiutare chi è in difficoltà equivalga a esporsi inutilmente al pericolo. Una distanza che racconta molto più di un singolo caso di cronaca.
Un disagio che va oltre la televisione
La puntata di Dritto e Rovescio non si limita a raccontare un fatto, ma fotografa un clima. Le parole pronunciate in studio riflettono una realtà in cui la violenza urbana non è solo un fenomeno criminale, ma anche culturale, alimentato da modelli di forza, sopraffazione e sfiducia nelle istituzioni.
Il caso della Bicocca diventa così emblematico di una deriva più ampia: la normalizzazione dell’idea che difendere un amico sia un errore e che la sicurezza passi attraverso l’armarsi, anche solo mentalmente. Un messaggio che preoccupa e che solleva interrogativi profondi sul futuro delle città e dei loro giovani.
In questo senso, lo scontro televisivo non è solo intrattenimento o polemica, ma il riflesso di una domanda irrisolta: che tipo di società si sta costruendo quando la paura prende il posto della responsabilità collettiva?


