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Federica Torzullo, l’ultima scoperta sul marito Claudio Carlomagno: “Come viveva ad Anguillara”

Pubblicato: 20/01/2026 13:32

La giornata di oggi segna un nuovo passaggio decisivo nell’inchiesta sulla morte di Federica Torzullo, la 41enne scomparsa lo scorso 8 gennaio e ritrovata senza vita domenica scorsa ad Anguillara Sabazia, sul lago di Bracciano. Nel pomeriggio è infatti prevista l’autopsia sul corpo della donna, un accertamento che dovrà chiarire in modo definitivo cause e modalità del decesso. Parallelamente, l’attenzione degli inquirenti resta concentrata sulle prossime tappe giudiziarie, con l’udienza di convalida del fermo del marito, Claudio Agostino Carlomagno, che si terrà nei prossimi giorni. A lui la Procura contesta i reati di omicidio aggravato e occultamento di cadavere.

Con il passare delle ore emergono dettagli sempre più inquietanti dal decreto di fermo, che restituisce il quadro di una violenza estrema e di un tentativo sistematico di cancellarne le tracce. Secondo quanto si legge negli atti, l’uomo avrebbe agito per “ostacolarne il riconoscimento”, arrivando a tentare di fare a pezzi e di dare fuoco al corpo della moglie. Le spoglie della vittima sono state ritrovate in una buca scavata all’interno di un fondo attiguo a quello dell’azienda riconducibile allo stesso Carlomagno, un particolare che ha immediatamente rafforzato i sospetti degli investigatori.

Federica Torzullo, altra scoperta sul marito: “Quell’ultimo terribile colpo”

Claudio Carlomagno, “come viveva ad Anguillara”

Il decreto ricostruisce in modo puntuale le fasi iniziali dell’indagine, partendo dai movimenti della coppia nella giornata dell’8 gennaio. Federica Torzullo era rientrata a casa poco dopo le 19, mentre il marito era tornato alle 19:41, “per poi uscire e farvi rientro alle 21.05”. Da quel momento, sottolineano gli inquirenti, la donna non è stata più vista di persona. L’ipotesi investigativa è che l’indagato “abbia agito con condotte violente nei confronti della coniuge all’interno della casa familiare, per poi trasportarne le spoglie presso il deposito aziendale”. Un’azione che, secondo chi indaga, si sarebbe consumata nel silenzio delle mura domestiche, prima di spostarsi nel contesto lavorativo dell’uomo.

Le successive ispezioni hanno contribuito a consolidare questo scenario. I carabinieri hanno passato al setaccio l’abitazione della coppia, l’auto di Carlomagno, il deposito della ditta e i mezzi aziendali. Ovunque sono emersi elementi compatibili con un delitto. In particolare, “hanno evidenziato la presenza di tracce ematiche latenti”. Nell’abitazione sono state rinvenute tracce “riconducibili a sangue umano”, individuate “sulla porzione di pavimento compresa tra l’inizio delle scale che conducono al primo piano e la soglia di ingresso, nonché nella camera adibita a cabina armadio del primo piano”. Altre tracce di sangue sono state trovate “sui suoi abiti da lavoro, rinvenuti all’interno di una asciugatrice, segno del fatto che erano stati lavati”.

Col procedere degli accertamenti, il mosaico investigativo si è arricchito anche di elementi tecnologici. Secondo gli inquirenti, “è del tutto verosimile ritenere che sia stato l’indagato a utilizzare il cellulare di Federica dopo averla uccisa, proprio al fine di dissimulare l’azione criminosa”. Un tentativo di depistaggio che trova riscontro nella ricostruzione dell’ultima attività telefonica della vittima. L’ultima conversazione Whatsapp tra il suo telefono e quello della madre risale infatti “tra le tra le 7.55 e le 8.05 del 9 gennaio”. Nello stesso arco temporale, le immagini di videosorveglianza mostrano Carlomagno uscire dall’abitazione coniugale e dirigersi verso il deposito aziendale, mentre “il suo telefono cellulare e quello della vittima la medesima compatibile per irradiamento con l’area in cui è sito il deposito dell’azienda”.

È in questo contesto che si inserisce il ritrovamento del corpo e la gravità delle azioni contestate. Gli investigatori richiamano “l’occultamento delle spoglie della vittima, nonché l’azione di fiamma e il tentativo di depezzamento (risultanti dal primo accertamento esterno effettuato), volti a ostacolarne il riconoscimento”. Tutti elementi che, secondo quanto scritto negli atti, “offrono la rappresentazione inequivoca del tentativo dell’indagato di celare l’azione criminosa“. A coordinare l’inchiesta è il procuratore Alberto Liguori, alla guida della Procura di Civitavecchia, che ha messo in fila ogni tassello per arrivare al fermo dell’uomo.

Il decreto si sofferma infine su un aspetto ritenuto decisivo per giustificare il provvedimento restrittivo: il rischio di fuga. Dalle indagini è emerso che Carlomagno “risulta privo di legami con il suo territorio, posta la dissoluzione dei suoi rapporti e l’alienazione del contesto di vita”. Un isolamento che, unito al comportamento successivo al delitto, ha portato gli inquirenti a ritenere concreto il pericolo di una latitanza imminente. La conclusione degli atti è netta: “la dissimulazione della propria condotta, il contegno non collaborativo, il difficile contesto territoriale, consentono ragionevolmente di ritenere che un soggetto ormai privo di legami affettivi e professionali e deradicalizzato dal suo contesto abitativo, raggiunto dalla notizia del ritrovamento del corpo della vittima, sia in procinto di darsi alla fuga”.

E ancora, “la gravità dei fatti commessi e le condotte agite al fine di dissimulare le proprie condotte, evidenziano la capacità di organizzarsi e, quindi, potenzialmente anche la capacità di mettere in essere quanto utile a rendere effettiva la latitanza”. In attesa dell’autopsia e delle prossime decisioni del giudice, questo quadro resta al centro di un’indagine che continua a scuotere profondamente la comunità locale.

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