
Il caso nato attorno al video di Alessandro Barbero sul referendum sulla giustizia è diventato, nel giro di pochi giorni, molto più di una semplice discussione sul merito di una riforma. A raccontarlo, con il punto di vista interno alla redazione e con una ricostruzione puntuale dei fatti, è Franco Bechis, direttore di Open, che chiarisce come si sia arrivati alle accuse di censura e perché quelle accuse non trovino riscontro nella realtà.
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Tutto parte da un breve filmato diffuso sui social, nel quale Barbero spiega le ragioni del suo «Io voto no». Un intervento dichiaratamente politico, che lo stesso professore introduce ricordando la propria collocazione culturale. Proprio entrando nel merito delle motivazioni, però, emerge un problema sostanziale: le critiche mosse dal docente si basano su un testo di riforma della giustizia che non è quello oggi sottoposto a referendum. Come ricostruisce Bechis, il riferimento utilizzato da Barbero coincide con una proposta risalente al 2011, presentata durante il governo Berlusconi e mai diventata legge.
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Il nodo del Csm e il confronto tra i testi
Seguendo quel vecchio impianto normativo, molte delle osservazioni del professore risultano coerenti. In quella riforma, infatti, il Consiglio superiore della magistratura sarebbe stato profondamente modificato, con un ridimensionamento del peso dei magistrati e un rafforzamento della componente laica di nomina parlamentare. Anche il ricorso al sorteggio per i membri togati, contrapposto alla scelta politica dei laici, trova riscontro in quel testo.
Il problema, sottolinea Bechis, è che la riforma attuale è diversa. Nei nuovi assetti, i due Csm mantengono la stessa proporzione di oggi, con due terzi di componenti togati e un terzo laici, e il sorteggio riguarda entrambe le categorie. Anche l’Alta Corte, indicata nel video come un organismo “al di sopra” dei Consigli, non esercita alcuna supremazia gerarchica: è un organo parallelo, con competenze disciplinari, la cui composizione riduce ulteriormente il peso diretto della politica e affida tre nomine al Presidente della Repubblica, figura costituzionalmente super partes.

Il fact checking di Open e il ruolo di Meta
A questo punto entra in gioco il fact checking di Open, diretto da David Puente, che opera in totale autonomia rispetto alla linea editoriale. Come spiega Bechis, la verifica non nasce da una volontà di colpire Barbero né dalla viralità del video, ma dal fatto che l’algoritmo segnala contenuti fortemente discussi e contestati. Il controllo riguarda esclusivamente la correttezza fattuale, non le opinioni espresse.
L’esito della verifica viene poi trasmesso a Meta, che decide come informare gli utenti. In questo caso viene apposta un’avvertenza, con il rimando all’articolo di Open che spiega perché alcune affermazioni risultano fuori contesto o inesatte. Il video, però, resta visibile e condivisibile, e chiunque può presentare ricorso.
🔴 Alessandro #Barbero spiega, in questo breve video, le ragioni del suo convinto #NO al #referendum sulla #giustizia. #ReferendumGiustizia
— dignità TV (@DignitaTv) January 22, 2026
➡️ Video di proprietà de Il Fatto Quotidiano ➡️ https://t.co/Hwdg8lsDJQ pic.twitter.com/GM56X4JAIR
Nessuna censura, solo verifica dei fatti
È su questo punto che Bechis insiste con maggiore chiarezza: parlare di censura è falso. Il video di Barbero non è stato rimosso, né oscurato, e continua a circolare sia su Facebook sia al di fuori delle piattaforme Meta. L’informazione agli utenti non impedisce la diffusione del contenuto e non limita la libertà di espressione.
Le polemiche politiche e le interrogazioni parlamentari che ne sono seguite, osserva Bechis, hanno spesso ignorato come funzioni davvero il fact checking. Open non valuta le idee, ma verifica i fatti. E lo fa senza distinzione di colore politico, come dimostrano le verifiche pubblicate anche su dichiarazioni di Giorgia Meloni relative alla stessa riforma della giustizia.
La vicenda Barbero diventa così un caso emblematico: non di silenziamento, ma di confusione tra opinione e dato oggettivo. Difendere il diritto di esprimere un giudizio resta essenziale, ma altrettanto essenziale è che quel giudizio si fondi su testi corretti e aggiornati. È questo, conclude Bechis, il senso del lavoro di Open: garantire un dibattito libero, ma ancorato ai fatti.


