
Da Torino a Milano il confine è breve, quasi impercettibile. Ancora più sottile è quello che separa mondi apparentemente diversi ma uniti da dinamiche simili, dove la legalità viene respinta come un intralcio e le regole sono riscritte secondo codici interni. In questi contesti, ciò che per l’esterno è reato diventa routine quotidiana, una forma di sopravvivenza che si trasforma, agli occhi di chi la pratica, in lavoro.
Quando questo equilibrio si spezza, il racconto cambia tono e si carica di rivendicazioni. La morte non viene letta come l’esito di una scelta individuale, ma come un’ingiustizia subita. È in questo spazio che si inserisce una narrazione che ribalta i ruoli, alimentando una frattura profonda tra percezione pubblica e realtà giudiziaria.
Il caso riguarda Rogoredo, area da anni nota per lo spaccio di droga, dove è morto Abderrahim Mansouri, cittadino marocchino di 28 anni. La sua uccisione durante un intervento di polizia ha innescato reazioni immediate, sia da parte dei familiari sia di movimenti politici e studenteschi, che chiedono chiarezza sull’operato delle forze dell’ordine.
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Le parole della famiglia e la piazza di Rogoredo
A parlare è stato un cugino della vittima, che ha descritto Mansouri come uno spacciatore di piccolo calibro, sostenendo che non meritasse di morire mentre svolgeva quella che, nel loro racconto, viene definita un’attività lavorativa. Una versione che restituisce l’immagine di una piazza di spaccio dove il traffico di eroina e cocaina viene normalizzato e la violenza considerata un limite invalicabile solo quando sfocia nella morte.
Rogoredo, da tempo, è indicata come una delle principali aree di vendita di stupefacenti a Milano, con una presenza stabile di pusher e consumatori. Un contesto che ha reso frequenti gli interventi delle forze dell’ordine e che continua a essere al centro di un confronto acceso tra sicurezza e gestione sociale del territorio.

La reazione politica e le accuse alla polizia
Alla vicenda si sono agganciate le prese di posizione della sinistra più radicale, che ha parlato apertamente di omicidi di polizia e ha chiesto di “fare luce” su quanto accaduto. In comunicati e interventi pubblici, il caso è stato collegato ai processi di riqualificazione urbana e ai futuri interventi infrastrutturali previsti nella zona, ritenuti da alcuni movimenti il vero sfondo della sparatoria.
Nel dibattito sono entrati anche riferimenti al razzismo istituzionale e a dinamiche internazionali, con paragoni che hanno allargato il perimetro della discussione ben oltre l’episodio di Rogoredo. Una lettura che ha trovato spazio anche nei volantini e nelle iniziative di gruppi studenteschi, critici verso le operazioni anti-spaccio definite “presunte”.

Il profilo giudiziario di Abderrahim Mansouri
La realtà giudiziaria restituisce però un quadro diverso. Mansouri non era un volto sconosciuto alle forze dell’ordine. Il suo nome compare nei verbali di polizia già nel 2016, quando durante un controllo era fuggito e aveva aggredito un carabiniere, tentando di sottrargli l’arma d’ordinanza. Per quell’episodio era arrivata una condanna, con pena sospesa.
Negli anni successivi, il 28enne è stato arrestato più volte per spaccio, nel 2021 e nel 2022, fino all’ingresso in carcere a Cremona. Dopo la scarcerazione, avvenuta grazie a un affidamento ai servizi sociali, concluso nel 2024, Mansouri era tornato nell’area di Rogoredo. Nel suo percorso compaiono anche una denuncia per ricettazione e il possesso di un permesso di soggiorno spagnolo durante un controllo.
Secondo gli investigatori, Mansouri non sarebbe stato un semplice pusher di strada, ma una figura con un ruolo rilevante all’interno dell’organizzazione che gestisce lo spaccio nella zona.
Le richieste di verità e il nodo sicurezza
La famiglia ha chiesto che venga accertata tutta la verità, dichiarando di non ritenere convincente la versione fornita dall’agente coinvolto. La magistratura è ora chiamata a ricostruire nel dettaglio la dinamica dei fatti, in un contesto dove il confine tra legittimo intervento e uso della forza resta oggetto di valutazione.
Intanto, il caso di Abderrahim Mansouri continua a dividere l’opinione pubblica. Da una parte, chi denuncia un sistema che tollera lo spaccio organizzato e rivendica il diritto alla sicurezza; dall’altra, chi legge l’episodio come l’ennesima prova di una gestione repressiva delle periferie. In mezzo, una zona segnata da anni di degrado e da un conflitto irrisolto tra legalità, criminalità e narrazione politica.


