asia bibi

Asia Bibi ora è del tutto, definitivamente, una donna libera. Si intende il termine “libera” nel senso più letterale: la sentenza di assoluzione dalle accuse di blasfemia è stata confermata dalla Corte Suprema del Pakistan, ed è stato decretato dunque che la donna potrà lasciare il Paese nel quale vive sotto una costante pioggia di minacce di morte da parte di gruppi islamisti.

Aveva chiesto asilo in Italia

Le ultime notizie della situazione di Asia Bibi e di suo marito risalivano a novembre, quando l’uomo aveva lanciato un appello proprio al nostro Paese: Asia Bibi aveva bisogno di tutela e protezione e l’intenzione di Ashiq Masih, suo marito, era quella di chiedere asilo politico all’Italia.

La vita, per la famiglia di Asia Bibi, era diventata impossibile: la stessa sopravvivenza quotidiana era divenuta una questione complessa. In quel frangente, Matteo Salvini aveva dichiarato: “Ci stiamo lavorando con altri Paesi occidentali, con discrezione per evitare problemi in loco alla famiglia che vuole avere un futuro”.

asia bibi interna

Fonte: Epa

Ora, è grande la gioia della famiglia. La figlia di Asia Bibi ha dichiarato: “Non vedo l’ora di riabbracciare mia madre.

Finalmente le nostre preghiere sono state ascoltate!”, mentre il marito ha detto: “È la notizia più bella che potessimo ricevere. È stato difficilissimo in questi anni stare lontano da mia moglie e saperla in quelle terribili condizioni. Ora finalmente la nostra famiglia si riunirà, anche se purtroppo dubito che potremo rimanere in Pakistan”.

Il caso Asia Bibi

Il caso di Asia Bibi, arrestata, torturata e stuprata perché accusata da alcune donne musulmane di aver insultato Maometto durante un diverbio, aveva sollevato l’attenzione mediatica di tutto il mondo.

C’erano state grandi proteste in Pakistan da parte di chi ritiene una barbarie ciò che è accaduto alla donna. Oltre all’arresto, alle violenze e agli stupri, la donna aveva subito un processo poi descritto dai suoi legali come costellato di gravi irregolarità, che l’aveva condannata a morte. Le associazioni per i diritti umani e gli interventi di altri Paesi avevano provocato una sufficiente pressione sul Pakistan e la sentenza era stata sospesa.