L’8 marzo 2017, non fu solo il fuoco a uccidere 41 ragazze adolescenti dell’istituto Virgen de la Asunciòn, a San José Pinula (Rio De Janeiro). A portarle alla morte furono anche i poliziotti che, dopo averle catturate durante una fuga di massa, le avevano rinchiuse a doppia mandata in una grande stanza e, quando si erano accorti che era scoppiato un incendio, avevano deliberatamente lasciate morire tra le fiamme, rifiutandosi di aprire la porta.

Oggi, comincia in Guatemala il processo per dare giustizia a quelle morti e si parla di strage di stato. Martin Bautista, sottosegretario al ministero dell’assistenza sociale, ha parlato di “fallimento delle istituzioni”.

Salvate dalla strada, finivano all’ “inferno”

8 marzo 2017. Siamo al Virgen de la asunciòn, centro di accoglienza che, sulla carta, aiuterebbe giovani ragazzi e ragazze provenienti da situazioni di profondo disagio. Si tratta di vittime di povertà, abusi, stupri, violenze famigliari, nonché ragazzi con un passato legato a piccoli crimini. Nella realtà, Virgen de la Asuncion è un “inferno” (così lo definirà una sua ospite, sopravvissuta all’incendio) in cui i ragazzi vivono esperienze spesso drammatiche quanto quelle che hanno vissuto fuori, se non peggio.

In molti vengono picchiati e le ragazze subiscono trattamenti orrendi: numerosi sono gli abusi, sia da parte della gang interna al centro, sia da parte di chi il centro lo gestisce e coordina. Le sevizie sono all’ordine del giorno e molte ragazze vengono portate fuori dalla struttura per soddisfare clienti occasionali. Indigenza e sporcizia sono la regola.

centro accoglienza guatemala

Le urla, mentre nessuno apriva la porta

Quel giorno, maschi e femmine si organizzano per scappare dall’inferno: fingono una rissa e, nella confusione, riescono a fuggire. Purtroppo in moltissimi vengono ricatturati e, dentro la struttura, vengono divisi in due stanze, femmine da una parte, maschi dall’altra.

Le porte chiuse a chiave, il divieto di uscire pure per andare in bagno e devono costruire una latrina con i loro materassi. Ad un certo punto, con disperazione, una delle ragazze appicca un fuoco, pensando che questo costringerà i poliziotti a fare qualcosa, e invece accade il peggio e l’impensabile: i poliziotti se ne stanno fermi, il capo della polizia aspetta ordini dall’alto e quando gli ordini arrivano, sono i peggiori possibili: se le ragazze sono tanto brave da fuggire, se la devono cavare anche con il fuoco, quindi le porte devono rimanere chiuse.

Una superstite, giorni dopo, racconterà di aver sentito un poliziotto dire: “Lascia che queste disgraziate soffrano. Sono state brave a fuggire, ora devono essere brave a sopportare il dolore. Nella stanza, intanto, urla di agonia e disperazione. Moriranno in 41, le sopravvissute vivo con i segni del fuoco sulla pelle ancora oggi, e i traumi vissuti incisi nell’anima.

Ora che il processo è cominciato si parla di strage di Stato e si cercano dei responsabili. Fin da subito la comunità si era rivoltata contro i poliziotti: le violenze e gli abusi erano cosa nota e negli anni vi erano state diverse segnalazioni di abusi e maltrattamenti.

i poliziotti, all’indomani del rogo, si erano dati la colpa a vicenda di quello che era accaduto. Ora ci sarà un’autorità superiore a giudicarli e, probabilmente, a condannarli.