Per decenni Vincenzo Agostino e Augusta Schiera sono stati il volto del popolo che lotta contro la mafia, giorno per giorno, senza mai abbassare gli occhi. Nel 1989 si erano visti ammazzare un figlio: Nino Agostino, ucciso insieme alla moglie Ida, incinta, il 5 agosto 1989 davanti alla casa dei genitori. Il padre vide la morte di suo figlio con i suoi occhi: Augusta assistette a quella della moglie di lui, portata in ospedale nel disperato tentativo di poterla salvare.

Oggi Augusta ha lasciato questa terra, portata via da una lunga malattia che comunque non era mai riuscita a scalfire la sua unica lotta terrena: quella di poter trovare gli assassini di Nino e Ida.

Di lei ha parlato anche il Sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, sui social: “Augusta Schiera ha rappresentato la fermezza e il coraggio dell’impegno civile per la verità e la giustizia, la dolorosa ma incessante battaglia per fare luce su eventi tragici della nostra città e del nostro paese. Palermo ha perso il suo sorriso triste ma proseguiremo con Vincenzo il suo impegno, per dare finalmente giustizia ad Agostino, Ida e tutte le vittime della mafia”.

Nino indagava su un fallito attentato

Nel 1989 Palermo era un corpo dilaniato: la mafia si trovava combattere furiosamente contro magistrati come Falcone e Borsellino che, per la prima volta, erano riusciti a infliggere dei veri colpi alla macchina mortale di Cosa Nostra.

In questo clima, la battaglia dei magistrati eroi si scontrava contro la sempre maggiore consapevolezza che la mafia si era riuscita a infiltrare nelle maglie del potere e così riusciva a svicolare, inchiodare i giudici, bloccare il loro lavoro. E il loro respiro.

Nel 1989, Falcone era riuscito a sfuggire a un primo attentato: il 21 giugno una borsa piena di tritolo era stata trovata sulla spiaggia dell’Addaura, vicino alla villa in cui si trovava Giovanni Falcone.

Nino Agostino, nell’estate di quell’anno, era impegnato su due fronti diversi: uno era quello privato (si era appena sposato e la moglie Ida era incinta) e l’altro era proprio l’indagine che stava conducendo sul fallito attentato dell’Addaura. Per questo motivo, probabilmente, dei killer hanno colto di sorpresa lui e la moglie fuori dal cancello della casa dei genitori di Agostino: i due sono stati crivellati di colpi mentre Vincenzo Agostino correva fori dalla casa e vedeva il corpo del figlio sussultare sotto i colpi di proiettile, mentre la moglie cercava di strisciare accanto al suo corpo esanime.

Giovanni Aiello, conosciuto come “faccia da mostro”

Augusta e Vincenzo contro tutto

Da quel giorno, Augusta e il marito Vincenzo non hanno smesso di collaborare con gli inquirenti, nonché di chiedere giustizia per il figlio: furono loro a individuare “faccia da mostro”, ovvero Giovanni Aiello, ex poliziotto che a quanto pare passò da casa degli Agostino pochi giorni prima dell’attentato. Augusta non si era mai data pace per quello che è successo: “Mio figlio ha sacrificato la sua giovane vita, quella della moglie e del figlio che la moglie teneva in grembo, per lo Stato.

Finché avrò un filo di vita continuerò a lottare per avere giustizia”. Non aveva mai lasciato il fianco del marito, impossibile da non riconoscere per via della lunghissima barba bianca: Vincenzo Agostino non aveva mai più tagliato la barba dal giorno dell’omicidio, per protestare contro la “barba” che metaforicamente copriva il volto della verità.

All’indomani del funerale di Nino, in toni che ora appaiono tristemente premonitori, sulle pagine de Il Corriere Vincenzo Agostino aveva detto: “Ho paura che la cronaca, la gente, lo Stato inghiotta anche questi due cadaveri innocenti senza che cambi nulla“.

Sua moglie, purtroppo, è morta nell’idea che quella paura fosse diventata realtà”.