Francesca Sacco ha scoperto la proteina chiave del diabete


Ha avuto grande risonanza la notizia dell’identificazione di una proteina, chiamata GSK3, che impedisce alle cellule del pancreas di produrre insulina. La scoperta, fatta dalla ricercatrice italiana Francesca Sacco, potrebbe aprire nuove strade nella cura del diabete di tipo 2, la forma più diffusa della malattia. In un’intervista rilasciata ad Adnkronos, la studiosa lancia però l’allarme: non ci sono più soldi per continuare la ricerca e quindi la sperimentazione, almeno per il momento, si ferma qui. “Allo stato attuale - ha dichiarato - non ho un finanziamento per continuare la ricerca su questa malattia, ma combatto per trovare uno sponsor”.

Il ruolo della proteina GSK3

Francesca Sacco, 34 anni, ricercatrice presso l’Università di Roma Tor Vergata, ha avuto l’opportunità di lavorare per il famoso laboratorio di Biochimica Max Planck di Monaco. Grazie a questa esperienza ha potuto studiare a fondo i meccanismi alla base del diabete, legati in particolare ad una proteina, la GSK3, che sembra essere in eccesso negli individui affetti dalla malattia. La ricerca è stata condotta sui topi e ha messo in evidenza che la proteina, se è sempre attiva, non consente al pancreas di produrre l’insulina: “Abbiamo visto che nel pancreas dei topi diabetici è praticamente sempre accesa - ha spiegato all’Adnkronos - mentre in quelli sani è spenta. Abbiamo scoperto che il GSK3 controlla la produzione di insulina da parte del pancreas. Se è sempre acceso come nei topi diabetici non è in grado di produrla”.

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La sperimentazione bloccata per mancanza di fondi

Gli scenari che si aprono dopo questa scoperta sono davvero significativi, perché con una molecola specifica, somministrata per esempio attraverso un farmaco, sarebbe possibile inibire la proteina e ripristinare le funzioni del pancreas: “I pancreas dei topi diabetici, trattati con questa molecola, sono di nuovo in grado di produrre insulina”, ha sottolineato la ricercatrice. Bisogna comunque ricordare che si tratta di dati non definitivi, ricavati dalla sperimentazione sui topi. Proprio per questo sarebbe importante continuare la ricerca, in vista di una possibile sperimentazione sull’uomo. Una prospettiva che, per mancanza di finanziamenti, sembra ora molto più lontana: “C’è tutta l’intenzione di continuare a perseguire questa strada - ha concluso la studiosa - però, come al solito ci vogliono i soldi. Io, comunque, non mi arrendo”.

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Immagine in alto: Adnkronos