polizia manduria

Sul terribile episodio avvenuto a Manduria, provincia di Taranto, intervengono i magistrati che stanno indagando sul caso. La denuncia in questo caso degli inquirenti è contro una comunità che non ha mai segnalato le persecuzioni di cui era vittima Antonio Stano, 66enne torturato fino alla morte da una baby gang. Di quei “ragazzini” che avrebbero perpetrato una simile atrocità parla la maestra della scuola elementare della cittadina, che avverte sul clima di impunità che aleggia tra i più giovani, spesso spalleggiati dai genitori.

Il prefetto: “Se fosse stato un cane ci sarebbe stata una rivolta”

Ad esprimere un duro giudizio sul caso di cronaca è Vittorio Saladino, prefetto.

Se i bulli invece che con quel pover’uomo se la fossero presa con un cane, ci sarebbe stata la rivolta popolare. E invece tutti zitti, in un silenzio assordante che oggi mi lascia amareggiato“, dichiara all’Adnkronos. Il prefetto spiega che nonostante i maltrattamenti andassero avanti da tempo, nessuna segnalazione è mai arrivata ai servizi sociali: “Le colpe le ha una comunità distratta, chiusa, coi giovani bombardati dai media e da episodi negativi.

Come si fa a rendere oggetto di gioco un uomo, un soggetto indifeso?“, conclude.

Immagine di repertorio
Immagine di repertorio

Si sarebbe potuto salvare

Le parole del prefetto riecheggiano nelle considerazioni del procuratore di Taranto, Carlo Maria Capristo. “L’intervento è stato tempestivo, ma sarebbe stato ancora più tempestivo se quelli che sapevano avessero informato gli organi di polizia molto tempo prima: oggi Stano sarebbe tra noi“, ha dichiarato al Tg1. Il procuratore assicura che per tutti i soggetti coinvolti saranno chieste “pene esemplari“.

La maestra: i ragazzi crescono in un clima di impunità

Un’altro velo sulla società viene sollevato da Pamela Massari, insegnante nella scuola elementare di Manduria.

All’Adnkronos commenta: “Per carità la noia. Se ci fossero un cinema e un teatro a Manduria non esisterebbero le baby gang? Qui il problema è uno, ma costa ammetterlo: questi ragazzini vivono in un contesto di impunità fin da piccoli grazie a genitori pronti a difenderli sempre e comunque, pur davanti a evidenze vergognose“.

L’insegnante non prende di mira la comunità, ma i genitori che intervengono spesso per mortificare il lavoro suo e dei colleghi, impendendo così alla scuola di ricoprire un ruolo di controllo dei giovani.

Mamme e papà che si sentono in diritto di inveirti contro perché hai osato rimproverare l’alunno. Le storie che ogni tanto si sentono sono vere: e passare dalla passione per l’insegnamento al lassismo da parte dell’istituzione scolastica per una sensazione di impotenza è purtroppo tutt’altro che difficile“, conclude.