cancello di un campo di concentramento

Sono trascorsi circa 75 anni dalla fine della II Guerra Mondiale, 75 lunghissimi anni in cui i resti di donne sono rimasti intrappolati dentro delle scatole, ingiustamente insepolti quanto ingiuste erano state le loro morti. Lo scorso 12 maggio, a Berlino, hanno trovato finalmente un luogo nella terra in cui riposare numerosi tessuti, parti di corpi di circa 148 donne, solo una parte di quelle 184 che sotto il regime nazista divennero, da morte, cavie umane per gli esperimenti del ginecologo Hermann Stieve.

Il ginecologo del Terzo Reich

Il regime le intercettava, le SS le uccidevano e quando il loro corpo, ancora caldo giaceva a terra, un autista ben istruito passava a prelevarlo con la meticolosità di chi, del proprio lavoro, ha fatto la propria passione.

Caricati sul furgone dal campo di concentramento di Ravensbruck o dal carcere di Ploetzensee, i corpi venivano poi trasferiti nel policlinico della Charité, il luogo di lavoro del ginecologo Hermann Stieve.

Quei corpi che avevano prima un nome, un volto, un’identità, una personalità e un pensiero – rivoluzionario e avverso al Terzo Reich – diventavano cavie spersonalizzate tra le mani del dottor Stieve, deumanizzate e trasformate in werkstoff, propriamente “materiale” buono solo per gli esperimenti medici.

I tessuti meticolosamente conservati nelle scatole di Stieve

In quei resti però, tessuti millimetri di pelle, ovaie, uteri, c’era la storia di 148 donne che per più di 75 anni, dopo essere state atrocemente uccise per i più disparati motivi, considerate ognuna a loro modo nemiche di Hitler, non hanno mai avuto la possibilità di trovare pace.

Ci sono voluti anni di studi accurati fatti sui quei piccoli frammenti di corpi, rinvenuti nel 2016 – circa 300 – che il ginecologo di Fürher aveva meticolosamente conservato all’interno di scatolette nere, tutte ordinatamente elencate ed etichettate.

Cavie umane per esperimenti medici

Il modus operandi del ginecologo caro al Reich – ma al quale mai prese parte pubblicamente, motivo per cui godé sino alla fine dei suoi giorni di una plateale impunità nonostante i crimini e le brutalità commesse – era preciso, nel male, banalmente chirurgico.

Il suo solo interesse era volto ad ottenere parti di corpi sui quali sperimentare e portare avanti le sue ricerche ad esempio sulle conseguenze che la paura o lo stress possono avere sul ciclo mestruale.

Di quei corpi che arrivavano, conosceva il nome ma non gli interessava, prelevava gli organi che potevano servirgli e quel che avanzava lo mandava indietro in pasto ai forni crematori di Wilmersdorf, per farli scomparire per sempre.

148 donne sepolte a Berlino

Dopo anni di analisi e studi da parte di Sabine Hildebrandt, una delle studiose attive sul caso per la Michigan University, quei brandelli di carne spersonalizzati dal nazismo hanno riacquistato un’identità, una storia e il 12 maggio scorso, simbolicamente, in quel di Berlino hanno trovato sepoltura.

Di quei 148 resti, di quelle 184 donne date in pasto al regime, circa una 20ina hanno di nuovo un nome e sono quelli, ad esempio, di Liane Berkowitz, Libertas Schulze-Boysen, Midlred Harnack, Elise Hampel, Véra Obolensky.

La cerimonia interreligiosa

La sepoltura è stata, ovviamente, interreligiosa in rispetto della nazionalità e del credo disparato delle vittime del Reich e alla funzione hanno partecipato centinaia di cittadini berlinese e non solo. Come spiegato anche da Andreas Winkelmann alle fonti tedesche, generalmente frammenti di corpo non sono soliti ricevere una sepoltura ordinaria ma in questo specifico caso, a livello storico e sociale, si è fatta eccezione per le vittime del nazismo.

Questa è una storia speciale – ha chiosato Winkelmann – Appartengono a persone cui erano state negate le sepolture affinché i parenti non sapessero dove fossero le tombe“.