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Si chiama Diop Ngange, ma tutti lo chiamano Gangio: è giovane, arriva dal Senegal ed abita ad Almese, cittadina della Val di Susa in Piemonte. 

Gangio è un ragazzone alto: è facile per lui conquistare un posto nella squadra di basket di Avigliana, la città confinante. Giocare gli piace, così come gli piace vivere in questa valle al confine con la Francia. Qui ha fatto un tirocinio, ha trovato un lavoro in una cooperativa e la gente del posto si è affezionata a lui.

In una notte di maggio, però, Gangio scompare: le nuove leggi sull’immigrazione contenute nel decreto sicurezza hanno cancellato il “permesso per motivi umanitari” e la sua richiesta di asilo non avrebbe più potuto essere accettata.

Quando anche la sua domanda di sospensiva del respingimento è stata rifiutata, il giovane senegalese se n’è dovuto andare. 

Diop Ngange era arrivato in Val di Susa grazie ai progetti di Micro Accoglienza Diffusa (MAD): una realtà che funziona davvero e che permette una reale integrazione dei migranti alla società locale. Una realtà che ora, come Gangio, rischia di diventare un fantasma nella notte.

Pochi ma buoni: la politica dell’ “attenzione al prossimo”

A parlare a The Social Post dei progetti di Micro Accoglienza Diffusa è Enrico Tavan, assessore alle politiche sociali di Avigliana. Tavan ci racconta come sono nati, in questa valle, i progetti di accoglienza  che in pochi anni hanno fatto scuola in Piemonte. Il suo approccio all’argomento è pragmatico e racconta che la gestione del fenomeno migratorio era diventata necessaria. Nel 2015, il clima aveva raggiunto uno stato di tensione: “Molte prefetture che si muovevano come un elefante in cristalleria: prendevano le strutture e le riempivano di migranti, senza nessun tipo di accordo con gli amministratori e le comunità locali”.

Avigliana ha deciso così di prendere ispirazione dal modello di integrazione di Mimmo Lucano, traducendolo sul territorio: accoglienza su numeri piccoli, coinvolgendo le cooperative locali ed i cittadini.

Nel 2015 è stato definito un protocollo d’intesa con la prefettura, prima con i comuni di bassa valle e poi con quelli dell’alta valle, per un totale attuale di 20 comuni. Avigliana è diventata capofila di un progetto a cui lavorano circa 50 persone: specialisti, psicologi, avvocati, esperti in lingue.

Il modello è semplice: i privati mettono a disposizione gli alloggi e l’affitto viene pagato dalle cooperative locali. Le cooperative a loro volta vengono pagate dai comuni, e i comuni dalla prefettura: “Adesso ci sono i privati che ci cercano, perché in questo periodo è anche difficile avere l’affitto per la crisi. Quelli, invece, sono soldi che il 5 del mese arrivano”.

In questo modo, i migranti diventano parte partecipativa della società: non sono relegati nelle periferie, ma vivo il centro storico e tutte le attività locali. Così, il diverso diventa il tuo vicino di casa e magari ti ci affezioni pure: “Il segreto è quello, se fai conosce il diverso poi funziona. Loro vanno al negozietto a far la spesa: una volta che si sono fatti conoscere al negozietto di paese, si sono fatti conoscere da tutta la comunità”.

Tensioni? Problemi? In diversi anni, l’assessore Tavan ricorda un solo episodio negativo: “C’è stato un problema con un vicino di casa, perché il vicino era seguito dai servizi sociali…il problema era lui, non loro. Siamo anche stati fortunati, guarda, può succedere di tutto però effettivamente non è successo mezzo problema”.

I problemi sorti con il decreto sicurezza

Il contesto attuale fa prevedere tempi oscuri all’assessore di Avigliana, complice la politica sui migranti del Ministero dell’Interno: Ha già prodotto una cosa molto negativa, cioè che molti ragazzi e molte famiglie che potevano usufruire dello SPRAR sono usciti dal progetto e non hanno avuto più quel paracadute che potesse aiutarli”. In molti sono andati altrove: “Se ne sono andati via dall’Italia, a cercar fortuna da un’altra parte”.

Emblematico è il caso di una famiglia di origine armena arrivata diversi anni fa: “Sono due famiglie di migranti politici, hanno fatto un sacco di lavori, hanno fatto dei tirocini in una lavanderia ad Avigliana, poi in una cooperativa sociale e adesso hanno aperto una pizzeria-kebab in piazza a Condove”. Una storia a lieto fine, dunque. Chiediamo a Tavan se, allo stato normativo attuale, sarebbe andata loro altrettanto bene. La risposta è desolante:“Non avrebbero avuto tutto il supporto e il sostegno di un progetto come questo, né dello SPRAR che è ritenuto come sistema un fiore all’occhiello, che invece ora viene smontato pezzo pezzo”.

Se però il Ministero dell’Interno non fornirà i finanziamenti per continuare il progetto, occorrerà trovare una soluzione alternativa: senza soldi non si va da nessuna parte. “Se l’intenzione del ministero degli interni è di non riconoscere la bontà di questo progetto anche economicamente” spiega Tavan “e quindi se non possiamo far stare questo progetto in piedi, questo progetto chiude. Io non faccio il tappabuchi del Ministro degli Interni”.

L’unica cosa che verrà chiesta, se le cose andranno male, è che le persone non siano trattate “come pacchi”: a Coazze, per esempio, poco tempo fa dal giorno alla notte sono state portate via sui pullman 100 persone. Bimbi che andavano a scuola, dipendenti del posto. Per questo, Tavan spera in un allontanamento organizzato, gestito, nel rammarico di non poter fare di più: “Lo dico con tanta amarezza, perché noi ci abbiamo creduto tantissimo e perché funziona. È quello, che ti fa arrabbiare: che funziona.

Gangio, che Avigliana aveva adottato

Coloro che se ne vanno non sono i soli a perdere qualcosa. È il caso di Gangio, il giocatore di basket: “Una persona come lui, una persona per bene, poteva essere un valore aggiunto per la comunità e invece ce lo siamo giocati”, spiega Tavan. A soffrire sono anche coloro che avevano instaurato un rapporto con lui: “È difficile poi spiegare alle persone che un ragazzo così, amato da tutti, adottato dalla comunità, poi è dovuto scappare”.

A parlarci di Gancio è anche Francesco Calabrò, Presidente della Polisportiva Avigliana Basket: ci racconta che Gangio aveva fatto passi da gigante con l’italiano e che continua a dare sue notizie, dopo essere sparito dal nostro Paese. Gli ultimi contatti, circa 10 giorni fa: “Per noi è stato un danno”, ci racconta, ricordando anche che, come Gangio, molti altri ragazzi sono dovuti partire.

A soffrire per la sua assenza, ci spiega Calabrò, sono anche e soprattutto i cittadini. Difficile spiegare loro che tecnicamente Diop Ngange, dopo due anni passati al loro fianco, era divenuto un “immigrato irregolare”: nell’immaginario comune un irregolare vive per strada, allo sbando, senza prospettive. Se però hai una casa, un lavoro e degli amici, perché mai non dovresti rimanere qui?

Quando Gangio se n’è andato, sulla pagina Facebook della polisportiva Avigliana Basket è spuntato un messaggio pieno di tristezza e amarezza. Tra le altre cose, diceva: “Non sappiamo se adesso senza Gangio saremo più sicuri in Italia o se qualche italiano vivrà meglio senza di lui. Noi sicuramente sappiamo che ci mancherà moltissimo e speriamo di poterlo riabbracciare presto e riaverlo in campo con noi. Buona fortuna Gangio con tutto il cuore”.

La settimana dopo, a quanto pare, in segno di protesta il suo nome è comparso comunque nei referti di partita. Di Gangio, invece, in campo non c’era traccia.

(Immagine in alto a sinistra: Facebook/Polisportiva Avigliana Basket)