stanza del buco eroina del drop in collegno

Laddove non si può agire sul problema, si possono limitare i suoi danni. È questa la filosofia insita nelle fondamenta dell’ex camera mortuaria di quello che era il manicomio di Collegno ora tramutatosi in dropin, uno dei pochi centri di riduzione del danno italiani in provincia di Torino. Un luogo “sicuro” all’interno del quale quotidianamente si agitano le anime dannate di decine di tossicodipendenti, per lo più eroinomani, in cerca di un riparo, di un aiuto. Di fronte ad un consumo di eroina incessante e drammaticamente reale seppur lontano dalla luce della cronaca, a Collegno si agisce sull’hic et nunc e sulla riduzione del danno dove, per conseguenze, si intendono principalmente overdose e malattie infettive.

Da qui parte il viaggio di The Social Post all’interno del drop-in Punto Fermo di Collegno tra eroina, stanze del buco e vuoti legislativi

Il drop-in, la piccola sosta di Collegno

A vederlo da fuori non è altro che un casolare poco curato, una casa in cemento bianco per lo più ricordato dagli abitanti anziani con buona memoria come l’ex camera mortuaria di quello che era ai tempi il manicomio di Collegno.

Un edificio che a vederlo da fuori, potrebbe sembrare quasi disabitato ma, soprattutto, quasi del tutto invisibile: domandando del drop-in ad alcuni passanti, nessuno ha saputo indicarcelo.

Eppure, domandandolo agli operatori che dentro quell’edificio spoglio e impercettibile ci lavorano, sono centinaia le persone che vi fanno capolinea, così come sono decine le persone che quotidianamente ci stazionano. C’è chi la notte ci dorme e lo considera “casa”, chi lo frequenta quotidianamente per avere un pasto caldo, chi per lavarsi. Soprattutto però, oltre quell’offerta di servizi essenziali, c’è la possibilità tanto tangibile quanto mai ignota ai più, di poter sempre trovare a disposizione di tutti siringhe pulite, materiale sterile e farmaci capaci di bloccare eventuali overdose: il minimo necessario per contrastare la tossicodipendenza di chi è dentro un tunnel senza un’apparente via d’uscita.

Che cos’è un centro di riduzione del danno

In gergo tecnico il drop-in di Collegno è uno dei 152 servizi operativi in Italia di Riduzione del Danno (RdD) e Limitazione dei Rischi (LdR) attivi su territorio italiano ed entrati a far parte dei LEA, Livelli essenziali di assistenza.

Per i non addetti ai lavori per RdD si definisce un luogo a “bassissima soglia“, finalizzato al contatto e all’accoglienza di persone che consumano sostanze psicotrope, legali e/o illegali che, in termini tout-court, altro non sono che droghe in tutte le varie le declinazioni degli stupefacenti.

Si tratta dunque di uno dei modelli di intervento sociale rivolto a persone che versano in situazioni di difficoltà legate principalmente all’abuso di droghe e alcool ma anche a più ampie condizioni di emarginazione. Ricalcandone l’etimologia, una vera e propria piccola sosta – dall’inglese drop-in – per chi è diventato schiavo di una dipendenza.

All’interno del drop-in di Collegno tra le figure professionali che vi operano troviamo medici infettivologi, educatori professionali e uno psicologo.

Quali siano i danni da ridurre o limitare? Come già evidenziato, principalmente il rischio di contrarre malattie infettive per mancanza di igiene al momento di consumo di droga per via parenterale (più semplicemente in vena) e prevenire la morte per overdose, come viene evidenziato nel documento redatto dall’European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction (EMCDDA). Contrariamente alla percezione che si può avere infatti, pur venendo meno gli estremi per parlare di emergenza, si continuano a registrare puntualmente, ogni anno in Italia come in Europa, centinaia di decessi per overdose da eroina.

Eroina, il consumo in Italia: 172 morti nel 2019

Per un quadro più chiaro sulla mortalità in Italia correlata all’uso di droghe diventano rilevanti i dati raccolti in tempo reale (e geolocalizzati) da GeOverdose che permettono un’analisi della situazione su scala nazionale basata su un campione di indagine significativo.

Alla luce dell’ultimo rapporto pubblicato e relativo ai dati raccolti nel solo 2019, in un contesto da cui si esclude un potenziale 20% di decessi qualificati solamente come “sospetti” e impossibili da verificare, il sistema di rilevamento di GeOverdose ha registrato 253 decessi in Italia nel 2019 riconducili a droghe.

In soli 220 di questi casi è stato possibile, su diagnosi presuntive, ipotizzare la sostanza responsabile del decesso. Un’analisi che vede comunque la predominanza dell’eroina, responsabile da sola di 172 decessi.

GeOverdose: 49 decessi per eroina da inizio anno

Dal solo 1° gennaio scorso ad oggi sono stati 49 i decessi in Italia per eroina (un dato in calo se messo a confronto con i 91 decessi registrati nello stesso periodo nel 2019 ma doveroso è tenere conto della difficoltà nel reperire dati in questo periodo segnato dall’epidemia di Coronavirus) cui 46 hanno interessato persone di sesso maschile.

La nascita del drop-in di Collegno: l’idea di Paolo Jarre

Parlare del Punto Fermo di Collegno significa raccontare la realtà di luogo di “primo contatto” che risulta, come dicevamo, quasi del tutto impercettibile ad occhio nudo nonostante la struttura si trovi a pochi passi dalle Lavanderie a Vapore, una delle Case della Danza italiane tra le più note e prestigiose in Europa. “La vicenda del drop-in di Collegno nasce all’inizio degli anni ’90 – racconta il Dottor Paolo Jarre, direttore del Dipartimento Patologie delle dipendenzeCome tutti i servizi per le tossicodipendenze un po’ più accorti a certi aspetti del problema con l’aggravarsi dell’epidemia di Aids“.

Così l’ex camera mortuaria di uno dei più grandi manicomi del Piemonte dagli anni ’90 ha iniziato ad essere un punto di riferimento per i tossicodipendenti all’insegna di un approccio non contrattuale alla riduzione del danno, senza imporre un divieto al consumo di stupefacenti: “Ci si rese conto che un’impostazione esclusivamente centrata sulla cura e sulla riabilitazione delle tossicodipendenze tagliava fuori una fetta significativa di persone che non ce la faceva“.

La strategia della riduzione del danno

Qui al drop-in c’è un paradigma che si inserisce in una sorta di antitesi: in ambulatorio si nega il discorso del consumo – dichiara l’operatore – Si deve smettere di abusare le sostanze, la filosofia portante è quella di negare il consumo.

Noi qui facciamo l’operazione inversa non perché vogliamo che la gente consumi“. Un atteggiamento non giudicante, viene sottolineato e sul quale ritorna lo stesso direttore del drop-in: “Permette che i tossicodipendenti si aprano e qualche volta si offre loro anche un raccordo con i servizi di cura. Laddove si propone, ma non si obbliga, dove c’è un proporsi in modo ambivalente rispetto allo smettere, al cambiare vita, c’è la proposta“.

Eroina: dipendenza e solitudine

Al drop-in di Collegno si ha accesso liberamente in medias res, senza alcuna presentazione né il dovere di mostrare documenti, dove quanto di più importante diventa non più vivere ma riuscire a sopravvivere. Principalmente, racconta Jarre, i frequentatori del drop-in sono tossicodipendenti da eroina e cocaina, molti dei quali manifestano un solo bisogno che si traduce essere l’obiettivo principale dell’Rdd: “Non lasciarli soli e contemporaneamente aumentare la probabilità che non si ammalino e che non muoiano. Permettergli di dedicare del tempo del pensiero all’ipotesi di cambiare vita“. Tra i dati più sensibili raccolti da GeOverdose e relativi al consumo di eroina è più che evidente la tendenza, per chi abusa principalmente di questo stupefacente, ad affrontare una tossicodipendenza tanto più solitaria quanto più si fa acuta.

La “stanza del buco”

Varcata la soglia del drop-in, un edificio a due piani, le stanze si contano sulle dita di una mano: un piccolo ingresso con qualche sedia e un tavolo, una stanza d’incontro, una piccola sala pranzo e una porta che su tutte, cattura l’attenzione. Una sterile “darzava” oltre la quale esiste e non esiste al contempo quella che è chiamata “stanza del buco”. Un’ufficiosa e non ufficiale injecting room (SIS – Supervised injection site or Drug consumption room) lasciata in mano ai frequentatori, a chi si serve di quello spazio per consumare stupefacenti legali e illegali.

Di fatto si tratta dell’unico luogo della struttura in cui si può consumare droga e dentro la quale non è prevista la presenza di personale medico salvo casi di emergenza, come malori e overdose.

All’interno della “stanza del buco”, tra i resti di sostanze sul tavolo, contenitori di siringhe usate, l’acre odore di disinfettante e scritte sui muri di chi in quelle mura ha vissuto per ore, giorni o mesi, si agita la forma più concreta di quella che è la strategia della riduzione del danno.

Oltre quella porta, dove resta la sola sopravvivenza, si garantisce la possibilità di consumare sostanze stupefacenti limitandone il danno, in sicurezza: chiunque lo necessiti può infatti usufruire in maniera del tutto gratuita di materiale sterile come le siringhe – riducendo dunque l’alta probabilità di contrarre malattie infettive quali l’HCV (epatite C) e l’HIV – dosi di narcan/naloxalone, farmaco antagonista dell’overdose da oppiacei, ma anche la possibilità, in libera scelta, di poter richiedere un’analisi approssimativa degli stupefacenti.

Come spiegato però da uno degli operatori del drop-in di Collegno, l’analisi è superficiale e qualitativa, non quantitativa: “Non riesco a dire quanta eroina c’è.

Riesco però a dire ‘questa è eroina’. Noi qui abbiamo reattivi per testare quasi qualsiasi sostanza ma qua si abusa principalmente di eroina e cocaina“.

Le prime injecting rooms in Europa

Entrando nel merito di quella che è la storia delle “stanze nel buco”, le prime sono apparse in Europa circa 30 anni fa, di pari passo con la diffusione dell’HIV correlata alle epidemie per consumo di droga per via parenterale (eroina in primis). Fin dal principio, l’insorgenza delle injecting rooms è stato motivato dalla volontà di ridurre e limitare il più possibile i rischi legati al consumo di droghe “ad alto rischio” in termini di morbilità e mortalità.

Obiettivo a cui si è legata la promozione stessa, all’interno delle stanze, di tutti quelli che sono i servizi sanitari e le strutture di trattamento per la cura delle tossicodipendenze. Nate come risposta d’urto in piccole realtà locali, la prima vide la luce in Svizzera, a Berna nel 1986. Nel 2017 si contavano circa 78 injecting rooms ufficiali in Europa, principalmente al Nord.

La morbilità: HIV ma anche epatite C (HCV) ed epatite B (HBV)

A riprova di quanto possa essere essenziale un sussidio minimo come la sola possibilità di potersi servire di siringhe sterili per consumare l’eroina c’è il consistente numero di persone che attualmente, all’interno stesso del drop-in di Collegno, devono fare i conti con le malattie infettive contratte: “La stragrande maggioranza qui ha l’epatite C, un’epatite da siero, da iniezione.

L’epatite ha una potenza e una virulenza molto più forte di quella dell’HIV – spiega l’operatore – Una siringa con del sangue residuo lasciata esposta all’aria se contiene il virus dell’HIV in un’ora, 2, 6 ore di esposizione può non essere più infetta. Il virus dell’epatite, nelle condizioni a lui ottimali, può durare un mese ed essere ancora attivo“.

Ma le siringhe non sono il solo materiale che troviamo all’interno della “stanza del buco”. Chiunque transiti per il drop-in di Collegno può infatti reperire, sempre gratuitamente, anche il narcan/naloxalone distribuito in fiale ad ogni frequentatore sì che lo possa sempre avere con sé. Sui muri invece sono numerosi i disegni affissi con riportate tutte le indicazioni su come accorgersi o comportarsi in caso di overdose propria e altrui.

Vengono di corsa a chiamarci o senti urlare – racconta l’operatore in riferimento ai malori che possono verificarsi nella stanza – Verifichi che ci sia un’overdose, un operatore prende il telefono, chiama l’ambulanza e l’altro operatore carica una siringa di narcan/naloxalone che è l’antagonista dell’overdose da eroina e procede a fare un’iniezione intramuscolare al soggetto intossicato“.

I frequentatori del drop-in: quasi tutti uomini, eroinomani, 40enni

Quotidianamente sono circa 30 le persone che frequentano il drop-in: “In un anno qua girano circa 250/300 persone diverse. Si tratta prevalentemente di italiani ma c’è anche qualche straniero. Sono in maggioranza maschi, un buon 85% – 90%, 10% – 15% femmine, la stessa percentuale che c’è negli ambulatori serD. Ormai già abbastanza grandicelli perché l’età media è sopra i 40 anni.

Le loro sono tossicodipendenze lunghe, ci sono persone che frequentano assiduamente il drop-in da più di 10 anni“. Numeri che ricalcano, in un contesto molto circoscritto, i dati più generici riportati nella Relazione europea sulla droga a cura dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze così come nel DCSA: Relazione Annuale 2019 a cura della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga.

Gli stessi dati portati alla luce, ancora una volta, da GeOverdose: dei 172 decessi per eroina in Italia nel 2019, 139 erano uomini di età media intorno ai 40 anni e quasi tutti (135) erano italiani.

Numeri che collimano con il profilo dell’utente medio che frequenta il drop-in torinese: “Utenti giovani ne abbiano uno, forse due, non è un tipo di consumo diffuso nella popolazione giovanile questo di iniettarsi eroina e cocaina, magari vengono consumate in un altro modo“, spiega l’operatore.

Il mercato dello spaccio: eroina, Fentanyl e nps

All’interno del drop-in vige anche un’operazione di costante monitoraggio: un fluire continuo di informazioni con frequenza di rimbalzo essenziali per comprendere anche il mercato della droga nelle piazze della città ed analizzarne le tendenze alla luce di possibili casi di overdose sospette e lanciare, eventualmente, allarmi.

Al dilagare di eroina (dalle analisi di mercato, attualmente una dose di eroina può costare dai soli 5 ai 10 euro) e di cocaina, si fa denuncia in tempi recenti anche a Torino delle ultime novità arrivate in piazza: le nps, nuove sostanze psicoattive, e il Fentanyl, “un farmaco che si usa da tanti anni in anestesia, un oppiaceo sintetico“. .

Un prezzo “vantaggioso”, quello dell’eroina, che avrebbe però forti ricadute sulla qualità e la purezza stessa dello stupefacente: “Per somma di addizioni di varie sostanze si arriva ad un 50% di eroina – chiosa l’operatore sulla recente analisi di un campione analizzato in loco – il resto sono sciroppi per la tosse, acetilmorfine, derivati da farmaci che vengono aggiunti a una quota di eroina che poi, contando la base oppioide, diventa potente, importante e quindi pericolosa”.

Taciti accordi e vuoti legislativi

L’idea di Paolo Jarre, che ha vita dal 2004, si fonda sulla solida base di un tacito accordo tra le parti, unite dall’intento di ovviare il fenomeno della dispersione. “Grazie o a causa della diffusione dei telefonini e così via si è andato perdendo quello che era lo spaccio di piazza“, dichiara Jarre che discorre successivamente sulle insidie burocratiche e legislative che si agitano alle spalle dei drop-in: “Uno dei problemi fondamentali per questo tipo di strutture, pur essendo state introdotte dall’ultimo decreto di 2 anni fa, è che la riduzione del danno è nei livelli essenziali d’assistenza LEA ma non c’è ancora una definitiva declaratoria di quello che le ASL sono obbligate a erogare in questo ambito.

Di fatto per 25 anni abbiamo lavorato sulla scorta di un auto-mandato, non ce n’era uno specifico per cui il direttore dell’ASL diceva, come alla Cardiologia, ‘devi fare questo’, decidevamo noi “.

Le criticità del drop-in: il vuoto legislativo

Sebbene la Regione Piemonte – sul cui territorio si contano in totale 4 drop-in – abbia deliberato sulla riduzione del danno, il problema si avverte con più forza su scala nazionale.

In Europa – spiega Jarre – ci sono molte injecting rooms, più di un centinaio, in Italia ufficialmente non ce n’è neanche una. Questa che abbiamo qui è ufficiosa. C’è un preciso articolo del Testo Unico 309, quello sulle tossicodipendenze, l’articolo 79, che dice che chiunque adibisce o permette sia adibito un luogo dove si danno al consumo di sostanze stupefacenti è punito con la reclusione. È un articolo della legge e non c’è scritto ‘a meno che quel luogo lì non sia organizzato da un servizio sanitario‘”.

Un vuoto legislativo a cui si aggiunge la non velata accusa di favoreggiamento allo spaccio e al consumo, sempre Jarre: “Un po’ come le ONG che vengono considerate favoreggiamento del traffico di esseri umani, è una situazione analoga“. Come spiega Antonella Camposeragna nell’indagine su RdD e LdR in Italia: “Non essendoci linee di indirizzo, ne consegue che non esistono indicatori condivisi, per cui non è ad oggi previsto un sistema omogeneo a livello nazionale di raccolta dati; anche nelle stesse regioni in cui è stata definita una normativa (regionale), non sempre ad essa corrisponde un sistema di monitoraggio centralizzato di tutti i servizi ivi attivi“.

Le conseguenze, pur tangibili, condannano all’invisibilità: “Il risultato di queste carenze, di questa disattenzione al monitoraggio, è una povertà di dati che si traduce in una relativa invisibilità delle attività e delle prestazioni e soprattutto in una assai limitata possibilità di valutazione di processo e ancor più di esito“.

Jarre: “Un’ipocrisia tutta italiana

Alle criticità, la risposta del direttore del drop-in è serrata: “Si tratta di un’ipocrisia tutta italiana. In Europa ce ne sono più di 100, dal Portogallo, alla Spagna, alla Francia..

Non ci sono in Italia, in Inghilterra, nei Balcani, nell’est Europa praticamente. In Italia – prosegue Jarre – Questo tipo di cose non si riescono a realizzare e questo è anche il motivo per cui ho cominciato dopo qualche punto a parlarne e a scrivere, solo attraverso degli atti di disobbedienza civile. La politica è basata su un consenso, parla alla pancia delle persone e non alla testa. Ragiona in termini beceri di costruzione del consenso sulla pelle dei tossicodipendenti, oppure in termini più caritatevoli e paternalistici per cui interventi di questo tipo vengono percepiti come una forma di cedimento al consumo, rassegnazione al fatto che questa cosa accada e non come raccolta di dati pragmatica del fatto che, comunque sia, ne curi un po’.

Un po’ si curano, un po’ tornano a consumare“.

Un interesse che seppur manchevole sotto plurimi aspetti permette di tollerare un non-luogo come il drop-in di Collegno sulla base di un tacito accordo tra le parti: “Alle forze dell’ordine conviene perché si confinano i fenomeni – dichiara Jarre – cercano di rispettare una sorta di zona cuscinetto. Il loro interesse è che ciò non venga interrotto“.

Abbiamo contattato i Serd sul territorio regionale e nazionale, per farci spiegare anche il loro punto di vista e per avere una visione più completa sulla politica della riduzione del danno e sui drop-in da chi si interfaccia tutti i giorni con situazioni di tossicodipendenza in un’ottica completamente diversa.

Non abbiamo ricevuto risposte, mai. Rimaniamo sempre disponibili a un commento o replica.

Voci dal drop-in: “Anche se ne voglio uscire ci sono dentro fino al collo

Sono in mezzo a una strada, senza casa, senza nulla – le parole di L., uno dei tanti assidui frequentatori del drop-in con una tossicodipendenza che si porta dietro dal 1979, quando per la prima volta con degli amici in gruppo a Grugliasco, provò l’eroina – vengo qua perché assumo sostanze stupefacenti da anni, parecchi.

Da 40 anni, sono un po’ vecchio“. Un passato da mercante segnato da continue risalite e ricadute, cadenzate dall’entrata e dall’uscita dal carcere. “È tutto una ruota, è venuto tutto a ruota e adesso anche se ne voglio uscire ci sono dentro fino al collo. Piano piano sto prendendo il metadone però non è il fattore fisico ma mentale, ti butti sempre sulla droga“. Una difficoltà percepibile nello spiegare cosa si prova, quale stato psicofisico genera il consumo: “La prima volta ero in compagnia con degli amici e anche loro hanno provato.

Chi ne è uscito, chi è rimasto. È stato l’inizio, è come un bambino che prende una caramella una volta poi gli piace e continua a prenderle“.

La prima dose, la dipendenza e l’abbandono

Un’esperienza pluridecennale che ha visto il rapporto dose-prezzo dell’eroina salire e poi decrescere lentamente sino ad arrivare ad oggi: “Una volta si pagavano 120mila lire per un grammo, che è più di una dose. Erano tanti all’epoca, adesso una dose la paghi 8, massimo 10 euro. Dal 2000 si sono abbassati i prezzi dell’eroina e l’ultima che c’è non è eroina vera come quella di una volta, sono miscele“.

Ora, L., che vive in una casa popolare, continua a bucarsi 3, 4 anche 5 volte al giorno e da questa montagna russa, non ha più la forza di scendere a terra: “L’effetto dura una 20ina di minuti, poi stai bene. In quei 20 minuti non lo so spiegare, non mi viene. Per capire uno deve farne uso. Nessuno può spiegarlo, è benessere dentro di me“. Ricorda ancora, a distanza di anni, la prima volta che si è bucato per iniettarsi in vena eroina, la paura che lo ha travolto pochi istanti prima, la proiezione millantata del benessere, poi il calo, l’astinenza.

A distanza di anni subentra il rimpianto di non poter tornare indietro e il dolore per l’abbandono: “Ho perso parenti, amici, mio fratello. Si sono allontanati. Mi hanno scartato, come parecchia gente. Avevo tanti amici che mi hanno dimenticato e amici che sono morti, non uno, tanti“.