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Era il 24 aprile del 2018 quando la Corte d’Assise di Varese decideva di condannare all’ergastolo Stefano Binda per la morte di Lidia Macchi, uccisa nel 1987 con 29 coltellate. Di oggi la notizia, a 32 anni dal delitto, di riaprire l’istruttoria accogliendo la richiesta della difesa di Binda.

Lidia Macchi, accoltellata nel 1987

Era il lontano 1987 quando, nel Varesotto, Lidia Macchi veniva prima violentata e poi brutalmente uccisa con 29 coltellate. Per anni le indagini non riuscirono a portare ad alcun risultato, brancolando nel buio sino al 2014 quando una lettera-confessione giunse a casa della famiglia della Macchi e un’amica vi scorse famigliarità in quella calligrafia, simile in tutto a quella di Stefano Binda.

La Corte d’Assise riapre l’istruttoria

Nel 2016, Binda viene, un ex compagno di liceo della Macchi, viene arrestato e accusato di omicidio volontario: prima l’avrebbe violentata e poi uccisa. Il motivo: Lidia Macchi si sarebbe concessa all’uomo pur sapendo di non dovere perché trasgressione al suo “credo religioso”. Per oggi era fissato il secondo grado di giudizio per Stefano Binda, condannato dalla Corte D’Assise all’ergastolo. Di questi momenti la notizia che a Milano, dalla Corte d’Assise, è stata accolta la richiesta formulata dalla difesa di Stefano Binda con conseguente decisione di riaprire l’istruttoria in ambito del processo di secondo grado che ha per imputato proprio Binda.

Tre nuovi testimoni

La difesa, composta dagli avvocati Sergio Martelli e Patrizia Esposito, nell’ottobre del 2018 avevano fatto ricorso contro la sentenza che condannava Binda all’ergastolo, appello accolto oggi in Corte d’Assise decidendo di sentire nuovi testi quali Piergiorgio Vittorini e due consulenti grafologici. In particolare, Vittorini, un penalista, aveva dichiarato di essere a conoscenza del vero autore della lettera presuntamente scritta da Binda.

*immagine in evidenza: Lidia Macchi. Fonte/Ansa (dimensioni modificate)