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El Chapo, il boss messicano più noto al mondo, è stato condannato all’ergastolo per dieci capi d’imputazione.

Una vita nel narcotraffico

Joaquín Archi Guzmán Loera, nato a la Tuna nel 1957, è stato uno dei più temibili signori della droga del Sud America. Per ani ha comandato il cartello di Sinaloa ed è stato il 41esimo uomo più ricco al mondo.

El Chapo è stato arrestato per la prima volta nel 1993, ma è riuscito a fuggire nel 2001. Arrestato una seconda volta nel 2014, fugge nuovamente nel 2015. Durante il primo periodo in carcere ha continuato a gestire e far crescere il suo impero.

È stato arrestato un’ultima volta nel 2016. La sentenza prevede anche che il boss risarcisca gli Stati Uniti, territorio destinatario del suo traffico di droga, con 12,6 miliardi di euro. È infatti stato calcolato che è questo il valore del traffico di droga che aveva raggiunto il commercio del narcotrafficante.

El Chapo è attualmente recluso nel metropolitan Correctional Center di New York, in un regime  di massima sicurezza. Ha definito la sua vita in carcere “una tortura psicologica, emotiva e mentale 24 ore al giorno”.

Il narcotrafficante è stato condannato per traffico di droga e omicidio. 

Il boss che fuggiva sempre

El Chapo è nato da una famiglia di basso-medio ceto: il padre era allevatore di bestiame e agricoltore.

Ha vissuto un clima di violenza tra le mura di casa, dove lui e i suoi fratelli venivano spesso picchiati. Entra nel mondo della criminalità molto giovane: a 15 anni lui e i sui cugini coltivavano marjuana, commercio che gli permetteva di sostenere finanziariamente la sua famiglia.

Si avvicinerà ufficialmente al narcotraffico ancora da adolescente: cresce all’ombra di Hector Palma, boss spietatissimo e vendicativo fino all’estremo livello con i traditori. Con lui, e poi con Felix Gallardo, El Chapo diventerà potente: tra il 1989 e il 1993 il suo cartello, Sinaloa, farà la guerra ai boss di Tijuana e vincerà, diventando il più potente boss.

I continui arresti e fughe hanno messo il governo messicano più volte in una posizione decisamente scomoda: le fughe non sarebbero mai state possibili senza una profonda infiltrazione, anche a livelli alti, del mondo della malavita. Particolarmente leggendaria è la sua seconda fuga, ottenuta costruendo un tunnel lungo più di un chilometro dalla sua cella ad un terreno poco distante, costruito grazie alla progettazione di ingegneri a livello internazionale e con la compiacenza di moltissime figure all’interno del carcere.

(Immagine in alto: Ansa)