Politica

Brexit: schiaffo a Boris Johnson, persa la maggioranza in Parlamento

Nuovi guai per Boris Johnson, che incassa una sonora sconfitta sulla Brexit e perde la maggioranza in Parlamento.
Big Ben e cartello Underground

Sonora sconfitta per Boris Johnson, che dopo aver annunciato la chiusura del Parlamento inglese a ridosso della Brexit – aprendo così a un divorzio dall’Ue senza accordo – incassa una frattura di vasta portata e perde la maggioranza durante una giornata di fuoco sul fronte politico interno. È un rientro decisamente poco rassicurante per la sua prospettiva di addio all’Europa, e adesso il premier fa i conti con l’opposizione allo spettro del No Deal.

Problemi per Boris Johnson

I problemi per Boris Johnson sembrano appena iniziati, a margine della teatrale presa di posizione del conservatore Philip Lee che ha abbandonato il suo posto tra i banchi dei Tory per accomodarsi tra le file dei liberal-democratici.

È un gesto che la dice lunga sul clima di tensioni che si respira intorno alla Brexit, oggetto di una seduta rovente alla Camera dei Comuni che vede ora il premier senza una maggioranza.

Il Parlamento ha detto ‘no’ all’assenza di un accordo per risolvere i rapporti con l’Europa, e Johnson è finito al tappeto incassando il parere avverso di almeno 20 dei parlamentari conservatori, che hanno letteralmente mandato in malora parte dei piani per il No Deal.

Gli scenari possibili

A Westminster c’è aria di tensioni sempre più forti e non è più tempo di attendere.

Con la chiusura del Parlamento fino al 14 ottobre e la data del 31 ottobre 2019 in avvicinamento, la Brexit è molto più di un argomento di dibattito e si fa imperativo su cui prendere immediata posizione.

Così hanno fatto alcuni conservatori che hanno voltato le spalle al governo Johnson, ‘ribelli’ che hanno sposato la necessità di una legge anti No Deal affiancando il fronte laburista in una opposizione trasversale che lo mette spalle al muro. Il primo obiettivo è prendere il controllo di un calendario che, se rimanesse in mano all’esecutivo, porterebbe dritto alla rottura traumatica senza negoziati.

Una eventualità che lo stesso Johnson ha ribadito di non temere.

E sembra proprio che l’architettura e la stabilità della politica del primo ministro inglese si giochino su questo nuovo allineamento, che punta a impedire che la nazione esca dalla galassia europea senza alcun chiaro elemento di garanzia sui rapporti futuri.

Il primo scenario all’orizzonte è un rinvio della Brexit, prevista per il prossimo 31 ottobre, che potrebbe slittare di parecchi mesi sotto i colpi del sisma politico interno.

Da Johnson la prospettiva di elezioni anticipate, ma è evidente che tutto è ancora troppo fluido per arrivare a un più chiaro quadro d’insieme.

Se la legge contro il No Deal andasse in porto, sedersi al tavolo delle trattative con l’Europa renderebbe certamente più concreta la proroga, e permetterebbe di scongiurare un divorzio di impatto potenzialmente devastante per gli equilibri economici del Paese.

Ma non solo. Le complicazioni di uno strappo senza accordi si rifletterebbero – imponenti e minacciose – anche sui bilanci dell’Unione. Secondo una stima diffusa dal Parlamento europeo, una delle più gravose conseguenze per tutti gli Stati membri sarebbe il doversi sobbarcare un gap di circa 10 miliardi generato dal rifiuto del Regno Unito di rispettare gli impegni per il bilancio 2014-2020.

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